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1620–1698

SCENA VI

Flavio Orsini

Sepellitevi nel core ciechi affetti che nascete, mentre io veggio che voi siete rei nemici dell'onore:

che sarà del mio cor felice sorte, se dal vostro veleno avrà la morte? Il più incognito recesso, che del sen nel centro ha loco,

sia sepolcro di quel foco da cui viene il giusto oppresso; che la morte è rimedio a un cor che langue, purché salvi l'onor, si sparga il sangue.

(Ardire, o Floridoro, e sol pensa che sei di Cipro il re, non di Filandro il moro.) Reina eccelsa, il più fedel che sia

di servitù (anzi d'amor) nel regno se al regio senso oppresso vale per ministrar pronti gl'aiuti, tutti d'un fido cor t'offre i tributi.

Cessa di tormentarmi, congiurata fortuna! Tu, che del moro in presentarmi il volto, fatta dell'opre tue ludibrio e gioco,

pene aggiungi alle pene e foco a foco. Reina, almen vorrei che noto sia l'amor, la fede mia. Taci!

Devo partire? No, ma ad un servo, qual tu sei, non lice soggiunger più parole. Taci, che troppo Eurinda oggi è infelice.

Quante forme strane e varie di tormenti incomparabili il destin serbò per me! Quante forze empie e contrarie

degl'influssi più implacabili ad abbatter la mia fé! Ma che fai, perché brami, Eurinda forsennata

ch'a pena così fiera si taccia il tuo ristoro? (Ma d'Eurinda sul volto mostra audace pallor strano martire:

il passo fermarò qui per udire.) Ah, no! Se parla il moro, incentivo d'affetti è la sua voce. Scoppieranno nel petto i miei martiri,

se esalare io non posso le furie armate in sen de' miei sospiri. Che sospiri? Che furie? Taci!

Devo partire? Resta; e non sai che sono di lesa maestà gravi l'ingiurie? Reina, io non t'offendo.

Taci, o caro, t'intendo. (Taccio, ma ben comprendo.) O tormenti, o crudi affanni, rie megere del mio cor!

Se del moro Eurinda è amante, per non star fra pene tante sarà forza in tal dolor di ricorrere agl'inganni.

Ah speranze mie tradite, che farete in tal martir s'a miei danni arde ogni stella? Per placar sorte rubella

accingetevi a morir al mio duolo impietosite.

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