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1620–1698

SCENA V

Flavio Orsini

Amorosa impazienza a voi, Lucinda mia, spinge il mio piede quanto forza d'amor move il mio core. Luci care, i vostri sguardi

son catene al desir mio; e dovunque io volgo il piede sempre al sen fisso risiede l'alto stral del cieco dio.

Se d'Amor nel vasto impero vi fu mai tra regio tetto nobil cor di fido amante, ceda al foco che costante

porto vivo ognor nel petto. Questa morte, o Filandro, di lingua innamorata è sol concetto o d'un animo vil remedio estremo.

Lo sdegno tuo più della morte io temo. Io che gli affetti tuoi già non rifiuto, se grata con amore, Amor non pago: la colpa è del pensier che non è pago.

Perché stabil sia più la mia speranza vuo' far prova maggior di tua costanza. Mai non deve l'onestà di pudica gioventù

porre il core in servitù, con pretesto di pietà, di chi adora sua beltà: nobil dama che cede al primo assalto

ha l'alma vile e non ha sen di smalto. Deve spesso l'onestà di pudica gioventù prestar fede in servitù,

con pretesto di pietà, di chi adora sua beltà: la beltà che non cede al primo assalto ha di diamante il core, il sen di smalto.

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SCENA V · Flavio Orsini · Poetry Cove