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1620–1698

SCENA V

Flavio Orsini

Libertà, libertà, quanto sei cara! Non giunse a piagarmi l'arciero bendato, ma ognor tenne all'armi

pronta la mano e la faretra al lato; e tu de' sensi miei mitigando ten vai la pena amara. Libertà, libertà!

Perdona, o bella! Se nel troppo mirarti estatico non volsi il piede immoto, fu del pensiero un moto

che pria volle adorarti e poi far ch'io m'inchini a te ch'adoro, a te ch'ognor m'uccidi, e sai ch'io moro. Mi son grate, o Filandro,

e in un molto discarele le tue brame e le pene; ma per or la risposta io non ti rendo perché i sensi intrecciati

dell'enigma amoroso io non intendo. Addio! Dove ne vai? Ferma le piante. È questa la mercede

con che tu sai pagare un'alma amante? Non ho obligo alcuno. Ah, ingrata! Sì, comprendo la tua cruda risposta.

Dunque, se non aspetto mercede a tanto affetto, per far pago abbastanza il tuo rigore rendimi quel ch'è mio: voglio il mio core.

Tanto non ti doler. Parto, tu resta; spera costante. Addio! E che sventura è questa? Spera costante, o Dio!

È ver che la speranza è il balsamo d'un seno; ma troppo è quel veleno che sugge la costanza

se con latte di speme un cor si pasce: quella costanza sua l'uccide in fasce.

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SCENA V · Flavio Orsini · Poetry Cove