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1620–1698

SCENA V

Flavio Orsini

Tormentata Lucinda, che pensi, che risolvi? Allontani Feraspe spinta da gelosia,

perché d'altri non sia; e mentre nel tuo cor regna l'affetto, perdendolo per sempre prigionier lo destini in ferri astretto.

Vedi, vedi infelice, la tua miseria espressa ch'ogni tua frode è contro di te stessa? Volgi a Filandro il core,

così t'addita il fato, così sorte decreta e il nume Amore. Fugga il pianto, o miei pensieri: se versaste amari fiumi,

sempre mai non sono i numi per gl'amanti, ah no, severi. Non sì chiaro e lucente nasce Febo talora,

là nei campi del ciel col raggio ardente, quanto lucida e bella agl'occhi miei l'imago tua risplende, che al suo bel foco ogni desir s'accende.

Perdona, o principessa, se a qui giunger fui tardo mentre attendea risposta del servo mio, Fiorino,

ch'improviso è partito. Dove Fiorino è gito? Partì, non so perché, né dove andasse. Ti dovresti contentar

di non farmi più languir, bastarebbe il mio penar anche un sasso ad ammollir. Sfortunato fu quel dì

che in Trinacria io posi il piè, se penar dovea così mal gradita la mia fè. Filandro, al tuo gran merto

ch'immenso io riconobbi, gran tempo è già che consacrai mie brame; se sospeso ho sinor fartene fede, fu che l'anima amante

nove prove chiedea al paragon delle tua fé costante. Oggi, che del tuo amor certa respiro, con miei veraci detti

a tue brame gradite offro gl'affetti. Quando un core in amore sta legato in servitù,

fra le pene del suo bene e che può sperar di più? Quando un petto

nell'affetto si mostrò costante un dì, a momenti i contenti:

speri, pur speri, sì sì. S'il cieco Dio si pasce di speranza, viva, viva la fede e la costanza!

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