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1620–1698

SCENA IX

Flavio Orsini

Feraspe, in questi allori fra queste solitudini romite per affare non lieve a ritrovarti io giunsi.

Lucinda, ove i tuoi sensi il giusto regge, ogni tuo cenno al mio volere è legge. Mio core respira, ardisci et inventa;

un'alma che tenta non sempre sospira. Lucinda, che aspetti? Son gravi gl'affanni:

o fabrica inganni, o scopri gl'affetti. Ma pria che l'alto affare a te disveli, dimmi, gentil Feraspe,

s'una di questa corte di bellezza e natal dama primiera, del bruno tuo già divenuta amante formasse nel suo duol fiumi di pianto,

tu che diresti intanto? Lucinda, un nobil core capace non è più che d'un amore. Dal primo dì ch'in questa regia io posi

— non so se debba dire a gran fortune o gran sventure — il piede, alla beltà ch'adoro sempre stabile in sen serbo la fede.

E se costei ch'io dico impaziente un giorno a chiederti mercé pronta giungesse, tu, quantunque di smalto avessi il core,

non averesti pietà del suo dolore? (Floridoro, si finga!) Io crederei che quest'amor, che scopriria la dama fosse effetto di scherzo e non di brama.

Ma se ardita in amore con nobil stratagemma de' veri affetti suoi facesse fede, non pensaresti a lei donar mercede?

Misurando il rigore del mio fato protervo sol mi ricordarei d'esser un servo. Ah, non m'intendi! O Dio, Feraspe, taci!

Son gli sguardi in amor bocche loquaci. T'intendo, sì t'intendo: cieco dio, non v'è pietà, mi dannasti a sospirar.

Dal rio destin comprendo che mal nota fedeltà è costretta a lagrimar. (Dunque, perché non goda

chi m'invola il mio bene: si ricorra alla frode in tante pene.) Feraspe, la reina per render questo foglio

al consiglier Rodrigo per mia man ti destina e comanda ch'or ora, mentr'io consegno a te la regia carta,

senza indugio ti parta. Non so dir chi vincerà: il timore o la speranza; per sì cruda lontananza

il mio core in dubbio sta. E in vicende sì dure parto, e compagne mie son le sventure.

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