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1620–1698

SCENA IV

Flavio Orsini

Stelle tiranne, e che volete più? Forse a voi, ah, non bastava tormi amando libertà, se la vostra crudeltà

anco il piè non mi legava in penosa servitù. I cenni miei, Feraspe, così dunque trascuri?

Parlasti all'idol mio? Signor, con piè non tardo il tutto esposi, e replicò Lucinda che v'attende ad ognora

e solo a voi s'incolpa la dimora. Accingetevi, preparatevi miei desiri innamorati,

a goder di quei contenti ch'a momenti sol per voi serbano i fati. (Ma la superba Eurinda a me sen viene.)

Umilmente, o Reina, Filandro a voi s'inchina; e saria troppo ormai ch'ai bramati sponsali

del regge mio signore, vi piegasse ragion se non amore. Partenope la bella v'acclama a tutte l'ore,

il mio re vi sospira; e voi con dura, o Dio, fatal costanza siete nemica alla commun speranza. Filandro io ben gradisco

dell'offerte reali i sensi espressi, ma le vive memorie del morto genitore son argini al mio core.

Un regio cor non prende le leggi dalla sorte. Ogni petto, ogni cor cede alla morte. Su pensieri, alla difesa!

Deh, fuggite i crudi strali di Cupido, che fatali vibra i dardi a vostra offesa. Una vita più felice

Chi sol brama di godere serbi libero il volere, che a gioir sorte predice di costanza un'alma accesa.

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