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1620–1698

SCENA III

Flavio Orsini

Dunque solo a mio danno, amorose comete, tanta possanza avete? Nume Amor, fammi gioir!

Se piagasti in seno il cor, fa' contento il mio desir nelle pene dell'ardor. Parla d'Amore, Eurinda?

Perché, destin crudele, vuoi che d'un moro amato il bruno aspetto svegli ignobili fiamme entro il mio petto? Misera, e che mi giova

stringer scettro reale, posar su trono augusto in glorie tante, s'ad esimer quest'alma dall'impero d'Amor non son bastante?

Povera umanità, che ad affetti sì rei vivi soggetta. Che vagliono quaggiù le glorie, i pregi? Sia vostro esempio il mio dolore, o regi!

Stelle ingrate, e che sarà dell'ardor che già destò col bel guardo, che vibrò cinta d'ombre una beltà?

Reina, a me non lice penetrare in amor le vostre brame, perché non m'è palese delle regole vostre un'appendice.

Non è tempo ch'io sveli l'alta cagion de' miei sospir, Lindora. Lascia solo ch'esclami: Dimmi Amor, che fia di me

in si cruda servitù, se resister non può più combattuta la mia fè? (Io sì che più non posso

resistere così!) Scopri, Eurinda, il dolor: e chi non sa che donna non fu mai che non avesse in sen curiosità?

Ah, che moro, crudel fortuna, ah moro! Come! Del moro una regina amante? Taci, ardita Lindora! Dissi: "moro", gl'è ver, nel mio dolore;

e torno a dir che moro per amore. Bellezze, che in sdegni i cori struggete,

cedete al nume d'Amor; ch'alla possanza sua, al suo gran foco, ogni scettro reale al fin dà loco.

Eurinda, che un'alma vantava di smalto, l'assalto

già prova nel sen; e della fé nel riverito tempio alla costanza altrui serve d'esempio.

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