Skip to content
1620–1698

SCENA III

Flavio Orsini

O del trono sicano reggia sublime, o quanto afflitto in questo giorno a rivederti io torno!

Et oh, piacesse al cielo che, prima di serrar Rodrigo i lumi, non veda in questo suolo scorrer di sangue a meraviglia i fiumi!

Ah, da' pensieri tuoi, mal consigliata Eurinda, mentre il brando nemico del vacillante impero

ti fa veder le stragi a luci aperte, tu di regio consorte odii l'offerte. Son propizie le stelle! Gioisce questa corte,

e quanto, signor conte, ella al vostro partir provò tormento, tanto al vostro ritorno oggi ha contento. Ma che buone novelle

di quest'armi spergiure recate a serenar le nostre cure? Nel golfo più vicino furono già vedute

le vele sì temute. Io la riviera tutta di fanti e cavalier lasciai munita quando, per man dell'inviato messo,

gl'ordini mi fur dati: e sol mi spiacque ch'il misero Feraspe, mentre su debol pin facea ritorno, fu da un legno corsaro

de' barbari di Cipro poco lungi rapito al nostro faro. Ohimè, che sento, o cielo! Et or dove si trova

il moro sì fedele? Preda restò delle nemiche vele. Forza sarà ch'a sì funesto avviso si volga tutta in duolo oggi Messina,

se di gioia sì cara vien priva la reina. Che gioia? Un moro vile tanto si piange in questa regia augusta?

Un moro vil? Tacete, Signor, che se voi siete del Regno di Trinacria il forte Atlante, egli del cor d'Eurinda era il regnante.

E che portenti, o stelle? E che viltade, o numi? E che flagelli, o sorte? Vanne pure a morir: giusto è Rodrigo

a notizie sì strane aver la morte.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
SCENA III · Flavio Orsini · Poetry Cove