Skip to content
1620–1698

SCENA II

Flavio Orsini

Sono care quelle pene che riceve amando un core quando speme lo sostiene. Son graditi quei tormenti

che ministra il cieco arciero quando il cor spera i contenti. Son soavi talor l'onte più fiere, non ha prezzo d'Amore un sol piacere.

Non son gravi i martiri benché viva tra' pianti: quando miro i begl'occhi, io mi consolo;, basta a farmi beato un guardo solo.

Adorate pupille, centro d'ogni mia speme, al mio lungo penare non siate almen de' vostri sguardi avare.

Dolce Amor, nume bendato, fammi pur contento un dì: fa' ch'io viva avventurato per lo stral che mi ferì.

Mi nutrisce la speranza, il pensiero sempre più, perché goda la costanza in sì cara servitù.

Del consiglier Rodrigo, reina, la partita rende mia lingua in tua presenza ardita. Or che con nuove carte

il mio signor m'impone ch'esponga da sua parte nuove istanze, anzi più, nuove preghiere, di tua beltà, d'ogni ragione effetti,

mentre nel regio cor crescon gl'affetti. Filandro generoso, questi del tuo gran re nuovi attestati sono d'Eurinda al cor lacci e ritorte

che non saprà disciorle altri che morte. E di Sicilia il regno or fia che sempre al re partenopeo per tanto onore s'ascriva debitore;

ma le cure affannose che per l'armi di Cipro sovrastano al mio core son motivi di Marte e non d'Amore.

E dell'armi nemiche le presenti apparenze potrian sollecitarti non a brame lontane, oppur rifiuti,

ma del mio rege a sospirar gl'agiuti. Non deve animo grande ciò che richiede attenzione e tempo risolvere per tema in un momento.

Antivedere il male è d'un eroico ingegno. Sì, sì grave affar di gran pensiero è degno.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
SCENA II · Flavio Orsini · Poetry Cove