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1620–1698

SCENA II

Flavio Orsini

Ecco che pronto ad obedir m'accingo al tuo desio, Filandro: del tuo grande Alessandro l'Efestion tra le mie braccia io stringo.

Grazie, o conte, ti rendo e se lieto m'accogli dall'opra tua felici eventi attendo: Eurinda è quella.

Eurinda, so che del regio petto è il nume in terra; ma sai ch'è vanto espresso dell'animo d'un re vincer se stesso.

È prodigio d'eccelsa beltà l'espugnare un'immensa virtù; d'un amante l'esempio non fu che rinunzi quel ben che non ha.

Non fu breve l'assalto d'Amor dove i posti muniva l'ardir; or che ha vinto, è un insano desir che rilasci la rocca del cor.

Sa il ciel se ognor m'affanna del tuo signor la pena, che d'Eurinda tiranna discior non sa, non può l'empia catena.

Ma so che il tuo consiglio a far saria bastante della sua servitù lieve il periglio. Tant'oprai quanto vale il senno e l'arte;

gl'addussi gl'argomenti acciò, le dure sue voglie depresse, alle ragioni mie vinta cedesse. È invariabile

la fede mia, ma troppo è stabile regia follia. Dunque che fia?

Nol so! Cerca ribattere un consiglier, ma non può abbattere

regio pensier. Non più so quanto puoi; spero l'effetto. Quel che da me dipende, io ti prometto.

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