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1620–1698

SCENA I

Flavio Orsini

Con lo strale che fatale bruno ciglio porta in sé, crudo Amor mi saettò:

che farò? Il desire non sa dire il contento che cos'è,

se il tormento ereditò: che farò? Deh, se il volto d'un servo le mie vicende aduna,

serva — dirò — che fui della fortuna. (Eurinda, in questi alberghi così sola in quest'ore? Ah, non ha legge Amore!)

Principessa, eseguiste inviando a Rodrigo il regio foglio? Quanto sì m'imponesti, sublime maestà,

fu dal pronto desio tosto eseguito, che ad un core obbligato ogni comando che vi giunge è grato: onde diedi per esser più sicura

a Feraspe la cura. Et il messo chi fu? Per certezza maggior nel grave impegno non trovai di Feraspe uomo più degno.

Come, ohimè, perché? Ogn'altro era migliore e più spedito. Credei che sol Feraspe, con il desio volante,

avesse al tuo servir l'ali alle piante. Dammi spirto da resistere, nume intento a tormentar! Ma un fanciul che puote assistere

quale aita mi può dar? Come mai potran più vincere gli occhi privi del mio sol? Questo sì che si può ascrivere

a un estremo del mio duol. (Se non mentisce il guardo, se il pensier non m'inganna, la partita del moro Eurinda affanna.)

Non speri di gioir chi nacque a piangere! Che val l'impero, il trono, se del crudo mio fato l'implacabil rigor non basta a frangere?

(Leggo ne' lumi suoi, scopro nelle mie frodi, confermando il sospetto quanta forza ha Cupido in nobil petto.)

Afflitta, trafitta, quest'alma nel petto sospira,

delira; dubbioso l'affetto tormento gli dà. Amor, che sarà?

Dolente, languente, nel seno il mio core s'abbatte,

combatte fra speme e timore per tua crudeltà. Amor, che sarà?

Datemi morte e siate sazie, o stelle. Stelle no, ma comete ognor crinite che sempre a danno mio v'incrudelite.

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