Skip to content
1503–1503

Egloga pastorale.

Filenio Gallo

Su pecorelle mie che 'l giorno pullula e gl'ucei tutti con lor canti squillano e 'l barbagian è scoso e più non ullula. I' sento e' can che l'un con l'altro assillano,

el fagian che schiamazza, orsù svegliatevi, ché già e' razzi del sol pel ciel sfavillano. Scotete el vello e 'n piè tutte rizatevi, ch'io vego l'altre che pascendo vannosi

e voi addormentate ancora statevi, ché per pigrizia pochi acquisti fannosi; bisogna a l'ingrassar sollecitudine, ché sempre e' buon bocconi a' primi dannosi.

Et io col canto pien d'amaritudine caminando pian, pian vi farò intendare de' mie' intensi dolor la moltitudine; benché el possiate nel volto comprendare,

ché certo non pur voi, ma una lapida per pietà si dorria nel mezo fendare, poiché una pastorella alpestra e rapida per valli e monti mi fa gir dolendomi

di sua fallace fé, vana e insapida. O quante volte el dì, miser, riprendomi, che libertà, che sì dai saggi aprezzasi, quanto più cerco aver, più volte vendomi.

Miser chi in gioventù nel vizio avezzasi, ché quei che 'l ramo troppo invechiar lassano quando el voglian piegar pel mezo spezzasi. Quanti giorni di pianti indarno passano

per un piacer; ma ben gli amanti atendino, ché del nostro languir le donne ingrassano. Pria che più oltre e' mei versi se extendino, te' qui, Grifagno, guarda e non ti movere,

ch'e' lupi el nostro grege non offendino. Iaceti al fresco sotto questa rovere; perché fortuna e 'l ciel sempre più stimola per più disgrazia le persone povere.

De l'erba mi par fresca ogni suo cimola, tal che gli agnelli ancor potran ben pascere e l'acqua chiara ber che qui lacrimola. Ch'io sento nel mio petto un foco nascere,

che ciascun nervo e vena par trapassimi e, dopo un vechio, mal nuovo rinascere. Unde convien per forza alquanto spassimi e col canto allentar l'angustia e 'l tedio,

che par in altra vita oramai passimi, poiché povero son d'altro remedio. Biastemo el tempo e l'ore ch'io fui tradito sotto fé d'amore. Ahimè biastemo.

Amor crudel che sì forte legato, misero, m'hai con più de cento corde, per una pastorella, che par di maggio un prato

e più che sol resplende ornata e bella; or a guisa d'un can mi straccia e morde e tu tiranno ingrato te ridi del mio stato

e non t'accorgi che t'è poco onore assassinare un povero pastore. Ahimè biastemo. Vist'ho dipinta già la tua figura con l'ale, con le frizze e la balestra;

dunque perché or hai d'una donna paura e sostien che per te languisca in guai? Parmi assai più di te gagliarda e destra,

ché tuo forza non cura, io piango e lei s'indura; ma certo non sol me, ma te signore presto del tuo domin cacciarà fuore. Ahimè biastemo.

Invan cerco soccorso al mio languire, ché tu non puoi e lei non vuole aitarme, perché quando sperava merzé del mio servire

come crudel, fallace, iniqua e prava contra al giusto dover volse ingannarme. Però chi vol morire ponghi in donna el desire,

in tutte no, ma in chi diviso ha 'l core, perch'ognor ride e tu sempr'in dolore. Ahimè biastemo. Fiere selvagge che 'l mio duro pianto per queste valle ogni giorno ascoltate,

s'io vi fussi noioso, voi pensarete quanto misero sia el mio stato e doloroso, e vostra furia in umiltà voltate,

piangendo meco alquanto, perché el dolore è tanto sopra ciascuno a soportar magiore, quanto per d'altri e non per proprio errore. Ahimè biastemo.

Vaghi arbuscelli, erbette e fior piacenti, che sete intorno a 'scoltar la mia doglia, qual forse vi dispiace, perché e' suspiri ardenti,

ch'escan del petto fatto una fornace, advampan la pulita e verde foglia, guardate e' mei tormenti e restate contenti,

perché, se fuore a voi manca el colore, io dentro abruscio da l'intenso ardore. Ahimè biastemo. O fiumicel che corri mormorando forse di me, che sempre in pianti vivo;

ma tu aresti el torto, perché, dal sol mancando, senza el lacrimar mio seresti morto, e d'acqua e forse ancor del nome privo.

Però soporta, quando le lacrime ch'io spando vedi che m'hanno ormai tolto el vigore e dato al correr tuo magior furore. Ahimè biastemo.

Amor falso, tu hai tanto slungatomi dal gregge, che gli agnei belar non sentasi; e forse porria el lupo aver rubatomi, perché Grifagno volentier dormentasi:

e a chi el mal non tocca poco curasi, che non sa quanto a guadagnare stentasi. El sudor di cento anni in un dì furasi, tanti inimici, tante insidie nascano:

questo non è tesor che 'n torre murasi. Spesso a' pastor di simil casi adcascano; per ritornare adrieto adunque muovomi e vo' veder se son smarrite o pascano.

El can non dorme e nulla manco trovomi; benché pel bosco temorose spassino, in gaudio di paur tutto rinnovomi. I' vego un gran splendor dopo quel frassino,

che par ne l'ora quando el dì rinnuovasi razi del sol che fra selvette passino. Non è già el sol, che 'n mezo al ciel ritrovasi, saria mai neve? No, ch'e' tempi el negano.

L'è cosa viva e par camini e muovasi. Ninfa par ai capei, che parte spiegano giù per le spalle al vento in color d'auro e parte l'ampla fronte intorno legano,

ai bianchi panni e a la gioia di lauro, ai can rapaci, che ogni fera offendano, al dardo, che più val ch'ogni tesauro, al volto, agli ochi, che più che sol splendano,

tal che a vederla mi par gran miracolo, ché fra pastor tal cose non si extendano. Com'om ch'ha receuto onta e obstacolo vien verso me, non so se per offendarmi:

se lei ha el dardo et io un grosso bacolo. Pastor, pastor, per dio, deh voglia intendarmi, se' tu un omo, o pur bestia salvatica, che in tanta ira hai fatto oggi accendarmi?

Che vole dir che come fiera erratica per grote e selve non fai se non piangere, e quel che ciascun fuge hai preso in pratica? Da qual sì acerbo duol ti senti tangere;

se' spiritato o pur l'alma si sepera, o pur dal falso amor senti el cor frangere? Ch'ormai olmo non è, fagi o genepera, che non si fiachi et al gridar si muovano

orsi, cervi, lion, daini e vipera. Io el so e ogni dì mei cani el provano, che, quanto più per queste valle cacciano, salvaggiume nissun già mai non trovano.

Perché col pianger tuo tutte si scacciano, come chi teme e di paur non scarico loro sicuro al lor pascer procacciano. Per questo avea el cor di sdegno carico

contra di te, ma placossi mia furia, vedendo in volto el tuo giusto rammarico. Dime dunde ti vien tanta penuria, dimi el tuo nome e chi la morte gridati,

chi t'ha offeso e fatto tanta ingiuria. Non dubitar pastor, di me confidati, che 'n tanta angustia ti potrò soccorrere, che spesso un bon conforto a vita guidati.

Chi tace el male e lassalo oltre scorrere senza cercar remedii salutiferi, vedesi sempre in magior danno incorrere. Dolor di mente assai son più pestiferi,

ché l'una e l'altra parte insieme afferrasi, e aspri al soportar più che luciferi. Tu vedi el foco, quanto più rinserrasi più cuoce, così el duol che drento è stabile

e perir per inerzia inver forte errasi. Dimel, ti prego, caro amico amabile, ché 'l dardo, e' cani e io in tuo servizio fien fin che vita in noi sarà durabile.

Ninfa gentil che per piatoso uffizio ti duol di me, ché fin nel tempo senio sarami a mente tanto benefizio, io son pastore, el mio nome è Filenio,

ricco d'affanni e di facultà misero, di senno, di virtù, d'anni e d'ingenio. Quanti già del mio mal cantaro e risero, de' quali ancor dimenticar non possomi:

tu m'hai raconsolato e lor m'ucisero. Ma se tempo verrà ch'io senta scossomi dal greve peso ch'or mi fa sì stridere, ringraziarò chi ha tanto percossomi.

Tal par che del mio mal si voglia ucidere dinanzi a me, che, se adrieto voltomi, vedrai sbeffarmi e de' mei pianti ridere. Per far risposta a te ora rivoltomi,

che voi saper perché piangendo ucidomi, qual sia el mio male e che è stato toltomi. Non so chi sia e mal volentier fidomi, perch'al mondo la fé sì persa intendesi,

che non pur d'altri, ma di me diffidomi. S'io fingo o no nel mio volto comprendesi, chi apre ad altri el suo secreto e l'animo, più ch'un semplice ucel s'incabbia e vendesi.

Poiché temi di me qual pusillanimo e medicare el tuo dolor non curiti, né discerni un cor vil da un magnanimo, fa' ch'a 'scoltarmi l'intelletto sturiti,

ch'i' ti vo' trar di dubio e di pericolo, acciò che meco a parlar rasicuriti. Là dove adombra el bel monte Giannicolo, di lì gli antichi mei tutti discesero:

questo da loro intesi e però dicolo. Poi in queste parte ad abitar si extesero, crescendo in roba, in fama, in nobil genere, razi d'ogni virtù nel mondo accesero.

E mie' parenti giovinetta e tenere Safira m'appellaro e poi svoltaronmi a cognosciar ch'io son sol ombra e cenere. E come cari padri amaestraronmi

quanto è fallace e van viver nel secolo, e l'insidie de l'omo anco insegnaronmi. Il che pensando e s'a la mente arrecolo, bagno le gote: o parental correggere,

apresso a cui ogni altro è ombra in specolo! Voluto ho sempre el lor consiglio eleggere, per fugir l'ozio e del vulgo l'inopia, qual die scampar quel che vuol ben sé reggere.

Quest'è richeza e de' denar la copia, quest'è felicità, tesoro immobile, veder da sé in sé suo forma propia. Or poi veder s'io son villana o nobile,

s'io son nata ne' monti o fra le felici, s'io son fallace e come foglia mobile. Filenio, benché el dì fra faggi e elici sola coi cani e col mio dardo trovimi,

fiere seguendo in folti boschi e selici, per tanto i' vo' ch'una sol volta provimi, ch'io ti sarò fidele e secretissima, se non, dal ciel saette adosso piovimi.

Non son pastora o stirpe altra vilissima, che ciò che sanno in un tratto ha saputolo tutto el paese: usanza bestialissima Orsù pastor, deh, non estar più mutolo,

che chi in periglio virilmente aiutasi saggio infra gli altri e prudente reputolo. Come dal sol la brina in acqua mutasi, d'uno in altro voler così rivoltami

Safira el tuo parlar qual non refutasi. Anzi se ben la vita fusse toltami, el corpo insieme mio perdessi e l'anima, i' te 'l dirò lezadra ninfa, ascoltami.

Ché la loquela tua tanto me inanima, ch'asai allegro so' poi ch'ebbi uditola e placato è l'ardor che sì m'exanima. Quel che da cittadin si scrive e 'ntitola

Amor, che ogni gente al mondo lacera, è quel che m'apre el cor, minuza e tritola. Ma per contarti apien quanto mi macera e quanto è el frutto suo dal fior dissimile,

sediamo un poco a l'ombra di questa acera. Nel tempo ch'ogni ucel cerca el suo simile da amor cacciato e quando e' prati smaltano, per dar di nova state verisimile,

sbucan le fiere e l'una a l'altra asaltano, lustra la terra di color divario, lassan le mamme gli agni e 'nsime saltano, sotto un bel pin fronduto e solitario

con una pastorella al fresco stavamo fugendo el caldo al mio grege contrario. Per fugir l'ozio insieme ragionavamo di varie cose quando, senza strepito,

a guisa di balen mentre parlavamo apparse un'altra con aspetto intrepito: umil parea, benigna e comprendevasi in volto giovenil senno decrepito.

Fatto el saluto apresso a noi sedevasi Lucida bella, tal che senza dubito del latte la biancheza disperdevasi. Quasi ridendo con un parlar subito,

come chi sa e di sapere infegnesi: Di me parliate–dixe–o d'amor dubito. Non sì presto da' cani al varco stregnesi cerva, né falco ucei fugir si videro,

né fulgure nel ciel sì ratto spegnesi, quanto dagli ochi soi, ch'ancor considero, nel petto un foco in un momento nacquemi; qual per voler fugir morte desidero.

Sì e' bei costumi e la maniera piacquemi, che l'ardor per el qual gli amanti dogliansi un anno e più nel cor celato giacquemi. Poi, quando e' boschi di lor veste spogliansi,

pur in quel loco con industria apersemi duo gigli, che di raro insime cogliansi. In un sol atto duo cori scupersemi, un vero amor fra noi chiar cognobbi essare,

io la mia fede e lei la sua offersemi. Così pian piano incomenciossi a tessare l'onesta tela, pura e senza crimine, qual ho bramata e bramo ancora stessare.

Non temendo paur, doglia o discrimine sì fortemente amavo e lei amavami, ch'a pensar tremo come in acqua vimine. Per queste balze nott'e dì chiamavami,

di suo' parenti o gregge non curavasi, come agnel la sua madre ognor cercavami; se tal volta per stracca adormentavasi a l'ombra, tanto m'avia in suo memoria,

che d'essar meco e parlarmi sognavasi. Le tante sue virtù degne di gloria, da far un secco legno reviviscere, donde el pastural muchio avia vittoria,

sì inviluppate avia ne le mie viscere che spesse volte a suo posta facevami sudar di verno, di state tremiscere. In tanta servitù lieto godevami

e di tanta prodeza reputavola, ch'essar indegno del suo amor credevami. Per piani, monti, valli ognor cercavola e, se occorriva che parlare udissila,

mi transformavo in ferro, in marmo, in tavola. O quante volte con mia mano scrissila in sassi, in faggi, in terra e col mio carmene insino al ciel lo spingolai e missila!

O quante volte ero constretto andarmene in qua, in là piangendo e fuor m'uscivano tanti suspir ch'io non sapea che farmene! O quante volte e' rivi e vie corrivano

del pianto mio e quando lamentavomi le fiere per pietà tutte stupivano! O quante volte ancor sol ritrovavomi, con la sampogna mia e con la cetera

tanto cantar per lei ch'io affiocavomi! O quanti funghi, fior, castegne e cetera con le mie propie mani ho presentatola, e lei più cruda ognor quanto più invetera.

Voi tu veder quant' i' ho exaltatola, che bifolchi e pastor tutti sarebbeno entrati per suo amore in una scatola! Così e' par nostri amori un tempo crebbeno

in ferma voluntà, salda e non varia, tal che molti pastori invidia n'ebbeno. Poi rivoltossi come foglia in aria e come palla ch'adrieto rimbeccasi,

non già per mio error, ma volontaria. Amor di donna per qual tanto peccasi è come polve in state al tempo pluvio, che l'un'ora si bagna e l'altra seccasi;

è come un gran romor d'un piccol fluvio, che presto scema e va agumentandosi come poco o assai dura el diluvio. Io parlo di color che exaltandosi

tanto in superbia lor virtù nascondano d'ogni nobile amor degne stimandosi. Gl'omin che seguan tal presto s'affondano in precipizio e tardi trovan redito,

né mai la testa per vittoria infrondano. Miser chi troppo a lor si mostra dedito, ché, quanto più di te tiene el dominio, più incrudelisce e tu hai manco credito.

Tal è colei che 'n sì duro exterminio mantien mia vita e da me scampa e fugemi, come s'avessi fatto latrocinio. L'alma m'ha tolto, e ora el sangue sugemi,

io chiamo aiuto e come aspido assordasi, e come neve al sol consuma e strugemi. Da ogni mio voler sempre discordasi, e più che serpe venenosa è frigida,

ché del mio buon servir più non ricordasi. Negli ochi desdegnosa, in parlar rigida, superba, dura, impïa, altera e strania, quanto la prego più, tanto più infrigida.

Aveami condutto a tanta insania (como nel credar troppo ogni omo ingannasi!) ch'io stavo preso come el tordo in pania. Or non sai tu che invan ciascuno affannasi

a giudicar e' fior se non si odorano e mal per vista un om si lauda o dannasi? Quanti arbori son bei quando s'infiorano, che 'l frutto in sé contien tanto fastidio

che attossica color che l'asaporano. Quando del mio stentar qualche subsidio speravo, questa ingrata alora volsemi far cosa ch'a pensarla a' morti invidio.

Dal varco de speranza al tutto sciolsemi e per forza gli spirti in me si tennero e quasi un altro cor del petto tolsemi. Questo fu vero, or pensa se mi vennero

sudor di morte, e tanta angustia porsemi, che sol pensando m'interrisco e 'ncennero. Le man per rabbia mille volte morsemi e fevo come tuon che in aria rombola,

quando del tradimento alfine accorsemi. Che se tal volta che 'l cervel mi tombola la ritrovassi, el furor sì mi supera, certo l'amazarei con la mia frombola.

Sempre sta in pianti e al fin s'invitupera chi si mette a servir volubil femina e perde quel che mai non si recupera. Compassïone e doglia al cor si gemina

pel tuo lamento Filenio carissimo e per le membra si disparge e semina. Non è latte già mai tanto dolcissimo che, mescolato con assenzio o protino,

non torni al gusto acerbo e amarissimo. Fa' che da te mie parole si notino e portale sculpite in ferrea lamina, che 'l pentirsi del mal mai è serotino.

Se con la mente tua ben si disamina, cognosciarai quanto gli omini acciecano seguendo amor, che la ragion contamina. L'onor, la roba, el tempo a un tratto secano,

renunzian la virtù, nel vizio agreviansi e vergogna nel fin con essi arrecano e del sano intelletto tanto alleviansi che, cercando fugir, più si rimpaniano,

braman la morte e di lor vita abbreviansi, sperando pace a ciascun'ora smaniano e, s'advien che di speme el frutto cogliano, di tema di non perdar sempre insaniano;

ridano un'ora e cento dì si dogliano. Or pensa quanto sia tal vita insipida, ché vestan sogni e libertà si spogliano. Falsa, carca d'error, dubiosa e tipida,

prigione obscura e tenebrosa gabbia, piana via ne l'entrare, al fugir ripida, amor si puol chiamar noiosa scabbia, che tanto nuoce più quanto più grattasi,

quanto più gusti amor, tanto hai più rabbia. Quando crede essar netto alor più imbrattasi, manco ne sa quanto più assottigliasi; così ben mille morti in vita accattasi.

Lo innamorato a le capre somigliasi, ch'asaltate dal lupo el fugir tardano e nissuna di lor campar consigliasi. Teman morire e come stolte guardano,

veggan la morte e par che quella allettano, così quei che d'amor nel petto ardano veggano el certo errore e si dilettano vegan la lor ruina e non la fuggano,

con disio di goder, tormenti aspettano. In scambio di dolceza angustie suggano, e a fatiga un sol, di mille, campane, tremano al sole e nel ghiaccio si struggano.

Fuoco che 'l corpo insieme e l'alma avampane e da se stesso a tutto el mondo accusasi, vite di puoco frutto e assai pampane. Pover colui che 'n tanta viltà usasi,

che, se vede el periglio e non estimalo, de l'incorso delitto indarno scusasi. Se è vero o no ogni om ch'el prova exprimalo; però Filenio tal parole intendele,

placa l'ardore e con la ragion limalo. Per quanto vaglian le monete spendele, ché stultizia è servir chi pur nimicati, queste tuo tante angustie al tempo rendele.

Discaccia l'ozio e la virtù amicati, sì che le tempie tue al tempo infrondine, e da lacci d'amore al tutto stricati. Questa vita mortal è una arundine

caduca e vana, e, se tu ben comprendila, vola più che saetta e più che irundine. Quest'è chiara sentenzia, amico intendila, fugge l'error del vulgo e i saggi seguita,

quest'è la dritta via: adunque prendila! Or certo so' che chi ragion perseguita va come bestia per selva smarritasi e in premio di stentar morte conseguita.

Tutta la doglia mia sento partitasi pel tuo parlar, e così el cor mi giubila come a la donna fa quando maritasi. Egli è ben ver ch'amor è una nubila

a l'intelletto e ti martira e straziati: s' hai un'ora di ben per forza rubila. L'anima e 'l corpo mio sempre ringraziati ninfa gentil e mio piatoso medico,

di me come ti par dispone e saziati. Per boschi e campi ti fo nota e predico, la sampogna e la cetra in don ti proffero, e versi e canti al tuo bel nome dedico.

La lana, el grege, el zanio, el latte t'offero, Grifagno ancor, ch' al corrir non è debile e per tuo amor morir volentier soffero. Farei per satisfarti ogni impossibile

e, perché tratto m'hai del cor un tossico, credendoti piacer girei invisibile. Di tanto gaudio mi consumo e rossico, poich'ero morto e or per te vivifico

e già nel volto m'incoloro e arrossico. Pastor, del tuo piacer anch'io letifico, ringrazio el profferir qual già non merito e fra le ninfe tue virtù notifico.

Tanto quanto più dolse el mal preterito essar die in libertà magior letizia e più se venne el mal senza demerito. Orsù cantiamo e depon la mestizia,

ché vendetta vedrai e certo credemi morta non è, se dorme, la iustizia. Quel che te piace ognor comanda e chiedemi, che presto e volentier fatto sarà,

ma che incominci tu in don concedemi. Viva viva libertà, magior bene essar non pò, se tal grazia e don non ha,

nissun dica ricco so'. Senza quella ogni richeza è una nave senza vento, senza lei forza o belleza

son com' un bel fior dipento; quel è sol ricco e contento che di sé quanto vuol fa. Se tal grazia e don non ha,

nissun dica ricco so'. Mora mora servitù, pianga pianga ognun che v'è, non m'achiapparai mai più

amoraccio in bona fé. Chi vol morir in un giorno mille volte, siegua amore; chi vol guai intorno intorno

cerchi, cerchi el traditore; lui l'insegna con dolore tornar vechio in gioventù Non m'achiapparai mai più

amoraccio in bona fé. Fort'è stolto chi repelle 'l più bel don ch'ha dato Idio, qual destin, fortuna o stelle

non puol torre al parer mio. Manda se stesso in oblio chi el suo meglio ad altri dà. Se tal grazia e don non ha,

nissun dica ricco so'. Com'io stavo d'essa privo ben lo sa qui el mio Grifagno, che per valli, monti e rivo

sentia sempre el mio gran lagno. Sol colui fa gran guadagno che puol dir: Già servo fu'. Non m'achiapparai mai più

amoraccio in bona fé. Animal stretti in catena, ucellin rinchiusi in cabbia, se buon volto et esca amena

ciaschedun dal signor abbia, poi disciolti con gran rabbia spreto el cibo ognun se 'n va. Se tal grazia e don non ha,

nissun dica ricco so'. Se a pastor mancava el foco ricorrivano al mio seno, se infrescar voliensi un poco

andian pur trovar Fileno, che di lagrime è si pieno che dagli ochi un rio vien giù. Non m'achiapparai mai più

amoraccio in bona fé. Quella propria differenzia ch'è fra un vivo e un sepolto essar par per experienzia

fra un servo e un che è sciolto. Di bon seme el frutto ha colto chi spedito al fin gir sa. Se tal grazia e don non ha

nissun dica ricco so'. Fiere, ucei vaghi e cortesi, piante, fior che 'ntorno state, se 'l mio pianto v'ha offesi

per pietà mi perdonate, né 'l furor vo' che sentiate, non più strida, anzi virtù. Non m'achiapparai mai più

amoraccio in bona fé. Filen da far dimor qui più non è, ché giù nel basso le contrade adombrano, né canta el merlo più, colcato s'è.

Non vedi e tuo' monton che 'l bosco sgombrano, e d'essar primo ognun di lor sollecita, e gli animali el lor cuvile ingombrano. El far partenza ormai è cosa lecita

e, benché sia laudabil tal negozio, spesso fa el tempo l'opra esser illecita. Abbiamo assai da noi scacciato l'ozio con dolci soni e canzonette e frottole,

parlando a te come a diletto sozio. Vedi le fiere ritrovar lor grottole, cantare e' grilli e infocar la lucciola e per l'aria volar civette e nottole.

El mio caro Solingo e la mi' cucciola con la zampa grignando mi scatizano e verso el monte ognun di lor si sdrucciola. Guarda come che atenti in piè si rizano,

ché forse sentan fier ch'al poggio montino e del troppo indugiar fra lo' si stizano. Pertanto i' vo' che questa notte scontino el dormir ch'oggi han fatto e senza dubio

l'amazaran se advien con lor s'afrontino. Filenio i' son sì avvolta in sul tuo subio, che prima tutto el mar converrà ch'ardasi che la conclusïon si muti in dubio.

Parlando el tempo passa e l'ora tardasi: ode e' capretti innanzi che s'azuffano e mal di notte alcun dal lupo guardasi. Non senti e' tordi ch'all'orechie sbuffano

per coricarsi qui dove non ventola e le colombe in folte machie intuffano. Ben sai che sì e la fagiana sentola andar cantando al letto e sentir piacemi:

così staser l'avessi in la mia pentola! Ma el partirmi da te tanto dispiacemi, che, se tutto el mio grege andasse in polvere, è magior el dolor che in petto iacemi.

E' monti sotto sopra in prima volvere e infastidire a le mie capre l'edere e in bianco latte le pietre risolvere vedrassi, che da me debba procedere

cosa discara a te, sì sento strettomi da cortesia: e questo ben poi credere. Ma poiché vuoi partirti anch'io assettomi e pian piano oltre solo advïarommene

e con licenzia già in viaggio mettomi. Vatene in pace e io su montarommene per questi monti e doman qui verra' tene, dov'io per parlar teco anco verrommene.

Così farò, orsù con dio sta' tene; pecore mie a casa te', te', te', io canterò e voi pian piano andatene. Numinì, numinera, numinè,

chiullurù, chiullurù, chiullururù. Chi va seguendo amor senza senno è, ascende adagio e presto torna in giù, non puol in cosa instabil durar fé,

però matto sarei s'amassi più. Chi serve ingrata a sé la morte dà e inanzi un passo e cento adrieto va. Chi al mondo amando monda ogni sua menda

in selva salvo sol va da amore. Ciascuna fiera e fiore a tondo intenda, soffera altro safiro el caro core. O cruda credi el pianto spanda o spenda,

la ninfa non fu tarda a tor dolore. Chi t'ama teme e l'ossa lasse lassa e morte amarti a ogni passo passa. Fugga, fugga el tiranno ognun che può,

ché di tal ladro ragion non si fa, chi una volta incappa in laccio so indarno poi cercando aiuto va. Dice un sol tratto sì, poi sempre no.

Tanta aspra legge el ciel promette e dà. Quest'è 'l premio d'ognun che 'nciampa qui: fra mille anni di pianti un dolce dì. Care mie pecorelle e tu Grifagno

graffigna troppo el cor questo amoraccio. Megli'è star sol ch'aver tristo compagno, che 'mpegna l'alma e fa del corpo straccio. Dolor, affanni, morte è 'l suo guadagno

e guid'ogni suo servo al duro laccio. Però soletti andren per selve e boschi amor fugendo e le sue reti e toschi. Pecore mie e' già obscuri e loschi

mie' giorni son passati, né udiretemi più lamentar per luoghi opachi e foschi. Anzi giocondo sempre mai vedretemi più che pastor che 'n questi boschi sia,

né di pianti o suspir pien trovaretemi; ché, chi del ver camin trova la via, in dolce ponto la suo vita termina, né puol perir a chi fortuna è pia.

La radice d'amor tal frutto germina, e chi non sala el formaggio a buon'ora, più de le volte in piccol tempo invermina. Voi sete in mandria e io d'affanni fuora,

vui rugumate e io presto adormentomi, ch'a dire el vero omai mi par pur ora: ché tante notti la mia vita stentomi, colpa di quella ingrata patarina,

qual tanto aver amata duolmi e pentomi. Grifagno guardarà fin domattina, ch'io vo' menarvi ove potre' ben rodere al dolce suon de questa mia sordina:

ché solo om senza amor puol sempre godere.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
Egloga pastorale. · Filenio Gallo · Poetry Cove