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1503–1503

Egloga

Filenio Gallo

Che vai facendo tu sì solitario Filenio mio in questa solitudine? Come s'avessi Amore e 'l ciel contrario ti vego tutto pien d'amaritudine

e di trovarti sol forte sgomentomi, amando sempre tu la multitudine. Né, poi ch'i' ti cognosco mai rammentomi vederti tanto macilento e palido,

unde io perciò di mala voglia sentomi. Questo è qualche dolor mordente e valido che ti fa gir pensoso e pien d'accidie, con passi lenti et in effigie squalido?

Arebbe mai qualcun tese l'insidie contra el tuo grege o fatto qualche strazio? Ché sempre fra pastor regnano invidie! Overo Amor, che mai si vede sazio

di far qualche pastor per boschi piangere, t'ha tolto qualche tuo dolce sollazio? Chi da gran passïon si sente tangere, narrarla al suo amico è gran remedio

e invechiato dolor si puol mal frangere. Sì che, caro fratel, non prendar tedio, non ti far più pregar ch'i' son disposito intendar dunde nasce un tanto assedio.

Non si può sempre stare in un proposito e ciaschedun che vive, o car Silverio, convien ch'or rida et or facci l'opposito. Ma, poich'hai di saper gran desiderio

et essendo a me tu secreto sozio et hai del mie concetto in man l'imperio: chi Amor segue e 'l suo dolce negozio sa' ben che sempre è magro e malinconico

nimico di piacer quïete e d'ozio; parlar ti voglio aperto e non ironico a ciò che 'ntenda ben ciò che mi macera e la cagion ch'i' vo per selve erronico.

Benché tu sai chi la mie vita lacera, pur, per mostrar quel che mi duole e dolsemi, fuggiamo el sole a l'ombra di questa acera. Tu sai gran tempo fa ch'Amore svolsemi

da libero camino e femmi servolo a una che col sguardo el mie cor tolsemi. El quale amor ancor nel petto observolo e più assai che da lupi gli agnicoli

con vigilanzia dentro a me conservolo. Perché e' costumi suoi alti e celicoli voglian che sempre lei mi regga e domini senza temer el ciel, morte o pericoli.

Saria mai quella che mi par si nomini Lilia gentil, per la qual già rammentomi vederti lieto assai più che gli altri omini? Sì, quella è essa, e per lei ora stentomi

e mi consumo come el sale a l'umido e quanto ho maggior doglia più contentomi. E spesso gli occhi in lei pensando inumido, che, se talvolta in qualche fonte spechiomi,

vego pel pianto el volto afflitto e tumido. A nuove doglie ognor più apparechiomi come colui ch'ha del suo ben inopia e innanzi agli anni suspirando invechiomi.

Non sai, quando vederla avevo copia per questi monti, quanto forte amavola, più che 'l mie grege o che la vita propia. Come le capre el sal, così bramavola

e teneami fra gli altri felicissimo ognor che nel bel volto risguardavola. Non fu aspetto mai tanto bellissimo veduto in selve, in valli, in colli, in rivoli,

né sì benigno, grato et umanissimo. Ché, se tutti e' pastori impii e malivoli gli son contrarii, a un suo dolce ridere li vence e placa e fagli a sé benivoli.

Un parlar savio e bel da·ffar dividere le dure pietre e tanto sollazzevile che potria senza doglia un omo uccidere. Benigna, accorta, grata e amorevile,

cortese, umana, onesta e fra l'altre unica di bellezze e di grazia e più piacevile; duo occhi, che ciascun resplende e brunica come duo stelle e nella faccia simile

a l'alba, quando a noi qui si comunica. La bionda chioma in color non dissimile a un perfetto, fino e lucido auro ch'essar pastora non par verisimile.

Oh, chi l'avesse vista sotto un lauro talvolta a l'ombra, al suon della suo fistola cantar, non cercarebbe altro restauro. Oh, quanto aresti grato aver già vistola

con l'altre suo compagne in queste veperi cogliar erbette e fior, empir la cistola. Non dico del ballar, ché capre e leperi avanzaria saltando, et odorifera

più che serpollo e fummo di gineperi. Non stava mai ozïosa o sonnifera, anzi pronta alla cura pastoratica e a tutto el paese salutifera.

Nissun diria l'è pastora o salvatica vedendola cuscir, filare e tessare, anzi nella città nutrita e pratica. Pensa dunque fratel come può essare

ch'i' non ami costei, perch'è impossibile un virtüoso amor col tempo stessare. Or non è più da mie' occhi visibile; così, piangendo, e' mie' affanni svarico

vedendo el mie sperar sempre fallibile. Quinci sfogo e mie' guai e 'l mie rammarico, suspiro e piango el mie longo discrimine e del suo amor mi trovo ognor più carico.

Lei non rivego in questo nostro climine, lei più non m'ama e io per queste grottole vo stentando per lei senza mie crimine. Lassato ho el canto e 'l recitar le frottole,

né so per consolarmi ove ricovere se non fra fiere velenose e nottole. Lassato ho el grege mio fra sassi e rovere in mano de' lupi andare a suo dominio,

né mi curo se vuol tonare o piovere. Se ben mi fusse fatto latrocinio del latte, della lana e del mie zanio non curo: vada el mondo in exterminio!

Questo ch'i' odo mi par tanto stranio ch'i' mi sgomento udirti o car Filenio e, quanto più ripenso, allor più insanio. Ov'è la tuo saviezza, ove l'ingenio,

ove el tuo bon cervello, el tuo consilio, el senno d'uno om già giunto al senio? Tu agli afflitti suoli dare auxilio e consolar ciascun che 'n pene trovasi

et or te stesso andar lassi in exilio. Quanto più stimi el duol, tanto rinnuovasi e de l'om la fortezza e la prudenzia inelli affanni si cognosce e provasi.

Chi nel principio non fa resistenzia al mal, adosso poi tanto s'invetera, che non cura remedii o vïolenzia. Ritorna al grege tuo, torna alla cetera,

atienti al mie consiglio e canta e giubila, ché nuova occupazion scaccia la vetera. Se talor, come vedi, el ciel anubila ancor si schiara e la lana rinascere

ogni anno vedi, ancor la tosi e rubila. E colei che ti fa piangendo irascere ti farà ancor di gaudio el cor accendare; va' via, rimena el tuo armento a pascere.

Per certo a questi dì mi parve intendare, essendo io al mercato con mie sportole piene di cascio e di capretti a vendare, da certi ch'eran lì per vendar tortole

che l'era ritornata in queste selici più bella e fresca assai che fior di mortole. E, per mie fé, l'altrier, cogliendo felici per far stramazzo a una capra gravida,

me la parve veder qui fra queste elici. Parea ch'andasse sospettosa e pavida fra se stessa pensando e, senza dubito, di trovar non so chi parea forte avida.

E però certo crede che di subito la vedrai presto quinci sopragiungere, che so che la ti cerca e ciò non dubito. Non voler al tuo mal più male agiungere,

torna al tuo grege et io via andarommene, ché tempo è di dover l'armento mungere. Va' in buona ora e io qui restarommene solo e pensoso e della mia ventura

gridando infino al ciel lamentarommene. Può essar Lilia mia che sia sì dura verso chi t'ama assai più che se stesso? Se se' qui ritornata alla verdura

perché vederti ormai non m'è permesso? Col tempo ogni agro frutto si matura, bellezza e crudeltà non stan ben presso. Mostrati dunque al mie pregar umile,

ché sprezzare un suo servo è cosa vile. S'alquanto el nostro amor ti sta a mente perché non degni al tuo servo venire? S'i' ti son come fui fedel servente

già non doresti a mie' preghi disdire. Deh, vienne a me, deh, vienne, che nïente alfin ti giovarebbe el mie morire. Tu die' saper ch'aprezar non si suole

un servizio comprato con parole. Spogliatevi arbusce' le verdi fronde, spandete e' rami vostri in piana terra, che forse infra di voi Lilia s'asconde

per farmi più crudele e mortal guerra. Se se' qui ritornata ormai risponde, risponde, dico, e crudeltà rinserra, non mi far più chiamar ch'i' son già roco,

ché doppo el fatto el ben s'aprezza poco. Poco mi val chiamar, a che pur chiamo? A che pur grido? A che aspetto e spero trovar viva piatà in seco ramo?

Ora comprendo bene, or so ch'è vero che Lilia più non m'ama e non m'aprezza, così el mie chiaro dì s'è fatto nero. Io so che l'era in questi luoghi avezza

et è tornata e, se m'amasse alquanto, non usarebbe a me cotanta asprezza. So che la sente e mie' suspiri e 'l pianto, ma del mie lamentar poco si cura,

che l'ha volto il pensiero in altro canto. Qual pastor è, che tanto ben mi fura? Misero me, chi mi fa tanto oltraggio? O quanto poco un ben nel mondo dura!

Lilia tu hai pur preso altro viaggio, tu m'hai a torto pur lassato, in modo ch'altro scampo che morte ormai non aggio! Altro che morte non potria tal nodo

disciogliar mai: però mi son disposto per te Lilia morir poich'i' non t'odo. Almen di poi non ti sarà nascosto la mie sincera fé e 'l mio amore

e come a torto ad altri m'hai posposto. Tu puoi aver trovato alcun magiore di me in robba, in sangue o in beltade, essendo io come sai rozzo pastore.

Ma in costante amore e fedeltade trovar non potrai mai a me equale: cerca quanto tu voi queste contrade. Iudicar una pianta al fior non vale,

ché 'l frutto puole aver in sé difetto e un provato amico mille vale. Ho visto spesso un pomo che diletto porge fuore alla vista e a mangiarlo

el trovi amaro e vienti assai in dispetto. A che far tanto mi lamento e parlo, che pur vie butto mie parole al vento, che so ch'i' prego un dispiatato tarlo!

Lassato ho alle fiere el mie armento, or vo' lassare qui la carne e l'ossa senza altra sepultura o monumento. Amici mei, Amor non vuol ch'i' possa

partendomi da voi pur tor licenzia e dir adio in questa ultima mossa. So che m'imputarete a gran demenzia ch'i' sia stato omicida di me stesso,

non posso dirvi el caso: pazïenzia. Gli arbori, e' sassi, e' prun che son qui presso e sentano el mie pianto e le parole saran del vero un testimonio expresso.

Et voi fiere rapaci alpestre e sole stracciate el corpo mio come gli è morto, ch'altro sepulcro più non brama o vole. Fedel Ombromo mio, caro conforto,

quanto mi duol lassarti: or pensa e vede che Lilia a te fa danno, a me gran torto. In te sol grande amor, sol in te fede trovato ho sempre in ogni mio affanno;

or, nelli extremi guai, ultimo erede. Tu vedi: e' mie' suspir ch'al vento vanno endarno ho speso, onde io prendo partito con le mie proprie man fuggir l'inganno.

Quando vedrai ch'i' mi sarò ferito non lassar lacerar mie corpo lasso per fin che 'l fiato in tutto s'è partito. Jace in sul mie mantel, te', ch'io te 'l lasso,

eco el zanio e del pane, orsù adio. Quando non cene più vattene a spasso e, s'alcun ci passasse, di' come io per Lilia mi son dato atroce morte,

come fa chi 'n amor troppo ha el disio. E tu citera mia, fida consorte, che sempre stata se' mie compagnia, possibil non è più meco ti porte.

Rimanti qui e fa che sempre sia un testimon di mie morte rapace a Lilia se mai passa in questa via. E dilli ch'i' la prego, se li piace,

per quello amor che m'ha fatto dissolvere dica: Filen meschin, Dio ti dia pace. E, per voler a tutti el dubio solvere, io vo' che di mie man sie qui veduto:

Filen fu' già, or per amor son polvere. A che misero punto son venuto, a tanta extremità chi m'ha condotto, che senza error la mie vita rifiuto?

Quest'è de l'amor mio la fede e 'l frutto: o speranza fallace, o vana voglia, per un caduco fiore eterno lutto! E chi sa se morendo esco di doglia?

Bench'in proverbio si suol dire spesso: beato è quel che del mondo si spoglia, credo di no, anzi fie più expresso el mie dolor, ché l'alma immortal resta,

nella qual è l'amor sculpito e 'mpresso. Quando è poi sciolta dalla mortal vesta sente assai più ciascuna passïone, ché 'l corpo non l'agrava o la molesta.

Così fie dunque la mie affezione, el mie amor eterno, el mie martoro, e credendo ora uscir entro en prigione. Se gli è così perché m'amazo e moro,

perché spero morendo aver trovato al mie maggior amor maggior ristoro? Ch'ho già inteso dir ch'ha ordinato la divina iustizia alcuna volta

punir lo spirto lì dove ha pecato. Però l'anima mia, quando disciolta sarà da queste membra, quinci errando se n'andarà per questa selva folta.

Lilia, che spesse volte solazando solia di qui passar, quando udirà io essar morto e non l'andar cercando, senza sospetto alcun ci passarà

pascendo el grege suo sicuramente e forse qualche volta a sé dirà: Lilia crudel quanto fui negligente, che con un sguardo el potia soccorrire,

ch'a lui era gran cosa, a me nïente. E mille altre parole potrà dire, non credendo ch'alcun la vegga o senta e senza dubio el suo secreto aprire.

L'anima che starà ognora attenta, quel che far or non può col corpo unita, di vedere e d'udir sarà contenta. Dunque meglio è morir che star in vita;

orsù, cortello, e' l'è venuta l'ora ch'io facci per tuo mezo oggi partita. Penetra dentro al cor tanto ch'io mora, braccio non far che 'l tuo colpo sia vano,

altro non dico: o mondo sta' in buon'ora! Aiuto, aiuto, omè ritien la mano! Filen, Filen, che fai? Qual grave ingiuria ti fa contra te stesso esser villano?

Qual strana sorte o sproveduta furia, qual impio oltraggio e qual ciel ti consiglia a tanta insania? O stolida penuria! Da' qua 'l cortello e 'l tuo vigor ripiglia,

siede, appoggiati qui a questo cerro, ch'io prendo oggi di te gran maraviglia! Impio cortello e dispietato ferro, per qual ingiuria o repentina offesa

volevi aprir quel seno ove mi serro? Non eri degno ad una tanta impresa: però ti sbatto in questo duro scoglio, che non sia più d'alcun mortal contesa.

Ora da te Filen sapere io voglio chi t'ha condutto a tanto estremo punto, dove pensando assai m'affriggo e doglio. Lilia gentile, io so' sì forte punto

del tuo amor, che già mai non potrei durare in vita e star da te disiunto. Più giorni son, per me malvagi e rei, ch'io t'ho cercata in folti boschi e ville

per placar col vederti e' dolor miei. Unde, sentendo ognor crescer faville e 'l mio cercar invano, i' feci adviso in una morte sol fugirne mille.

Dunque per me tu ti saresti ucciso? O poca fede, o vana confidenzia! Creder ch'un puro amor fusse diviso! Credevi adunque che per negligenzia

stesse di non cercarti, o che 'l mio seno non sentisse l'usata vïolenzia? Prima che 'l mio amor venisse meno colcar vedresti el sol là donde gli esce

e ' pesci caminar sopra 'l terreno. Lilia tu dei saper ch'assai rincresce lontano star dal suo amato bene, allor che con l'amor l'affanno cresce.

Sentivo ognor augumentar le pene e pareva che tu ti rallegrassi al collo raddopiar nuove catene. Se, come dici tu, tanto m'amassi,

pensaresti ch'a noi donne bisogna ben misurar li sguardi, e' gesti e ' passi. Tu sai che fra pastori oggi se sogna andar biasmando qualche pastorella

e stolto è ben chi non teme vergogna. Che vale ad una donna el esser bella, esser vaga e graziosa a·llei che giova, se contra el suo onor ciascun favella?

Quella degna di laude alfin si trova, che onestà e belleza insieme acoppia sì come cosa inusitata e nuova. L'amor mio più di giorno in giorno adoppia

e già te n'arei dato expresso segno, ma temenza el voler raffrena e stroppia. Però tu non dovresti avere a sdegno se con effetti el mio cor non ti exprimo,

ch'io fo per non macchiar d'onestà el pegno. Sol quel perfetto amor essere stimo, in cui lascive voglie son perdute e sol virtù è sempre obietto primo.

Se in tutto avesse le tue voglie empiute con un breve diletto, alfin sarebbe in te l'amor mancato, in me virtute. E se di mia dureza assai t'increbbe,

non seguendo io el tuo bramoso salto, timor d'infamia sol gran colpa n'ebbe. Lilia tu sai ch'a l'amoroso assalto non val ragion, e chi più sa più erra,

però non giunse el mio pensier tant'alto. Ma come quel ch' è già prostrato in terra dagli amorosi colpi, io mi pensavo che non fusse timor, ma inganno e guerra.

Or ben cognosco e so' certo ch'erravo col mie pensier passïonato e leve, unde ero corso al fin mortale e pravo. O speranza d'amor fugace e breve,

che per un fior mille spine si coglie et è ogni suo gloria al sol di neve! Una ora di piacer, mille di doglie si gusta sempre et è ingannato poi

chi ha nel suo amor lascive voglie. Ora per lo avenir disponer puoi di me come ti piace in ogni loco, che mai altro vorrò che quel che vuoi.

Orsù perché ormai ci resta poco del giorno a ragionar, però concludo che tu trasmuti et tuo sospetto in giuoco. Non essar più contra te stesso crudo,

ma crede che 'l mie cor sarà in etterno da ogni falsità spogliato e nudo. Arò sempre un voler la state e 'l verno: qui non è più da dir, perché mi pare

Silverio venga in qua s'i' ben discerno. Seguita Lilia pur el tuo parlare, che 'n ogni modo el tutto a pieno ho inteso standomi doppo un fraxino a posare.

Qual furia o qual viltà t'aveva preso a volerti da te la vita torre Filen d'amor e non di senno acceso? Chi con prudenzia ben non sa comporre

el vivar suo e temprar ogni incendio, in simil casi sproveduto incorre. Questo è spesso d'amor premio e stipendio; a tempo venne Lilia el tuo soccorso

per trarlo fuor di tanto vilipendio. E, perch'io vego el sole essar già corso verso l'ocaso, e già fanno ritorno le pecorelle al loro ovil di corso,

vedi imbrunir le valli intorno intorno e 'n silenzio gl'uce' già tutti al nido per posarsi aspettando el nuovo giorno, però m'afretto e 'l mie parlar precido.

Pregovi seguitiate el bono inizio e sia sempre infra voi un amor fido. Ma pria ch'i' parta e' mi par giusto offizio che 'nsieme tutti noi allegramente,

ricognoscendo un tanto benefizio, rendiàn grazie alli dei come è decente poiché per lor favor oggi recupera tu la vita, io l'amico, a te el servente

ché 'ngratitudin ciascun vizio supera.

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