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1503–1503

66

Filenio Gallo

Non so ormai a chi più rivoltarmi, non so a chi mostrare el mio cordoglio né in tante pene so, miser, che farmi. S'al ciel piangendo languido mi doglio,

se 'l mar, la terra e gli elementi invoco, butto le mie parole in duro scoglio. Gli omin del mio dolor si curan poco e s'alcun è che del mio mal gl'incresce

non mi puol soccorrire in tanto fuoco. Così la mia ferita ognor più cresce, così manca el remedio al mio gran male e pian pian l'alma mia fuor del corpo esce.

O Amor falso, ingrato e disleale quanto propizio già mi ti mostrasti per far el colpo tuo crudo e mortale. O con quanta dolcezza mi legasti,

poi, su l'entrar del porto, in un momento fra turbide procelle mi lassasti. Miser chi in folle amor fa fondamento, miser chi crede far fermo edifizio

in cosa che va via qual polve al vento. Quant'è distante el fin dal mio inizio, ch'essendo già d'ogni delizia in cima, or mi ritrovo in scuro precipizio.

Io che cantavo allegri versi in prima, or di pianti e suspir, tormenti e pene ornar convienmi ogni mia prosa e rima. E tu Lilia gentil, sommo mio bene,

come non vuoi che gli occhi sie duo fiumi, se in forza el ciel lontan da·tte mi tiene? Non gusto e' tuo sembianti e bei costumi, non sento più le dolce paroline,

né 'l mover de' celesti e vaghi lumi, quelle acoglienze angeliche e divine, e' savi motti e le risposte acorte, gli atti assai fuor d'ogni mortal confine.

A che s'io penso, i' ne disgrazio morte, ch'ormai non tronca el fil, sì che in un punto contenti el ciel, Amor, te, me e sorte. Ché, se vedessi a qual termin so' giunto,

se m'ami come debbi, io son ben certo non mi voresti vivo, anzi defunto. Più giorni son ch'io comprendeva aperto non esser mia speranza apien sepolta,

né avanti agli occhi el sol tutto cuperto: ch'avea di voi notizia alcuna volta con qualche scritto over qualche imbasciata. Or l'una e l'altra via m'è stata tolta.

O quanto m'era o quanto acetta e grata una tua letterina e tanto cara, che facea lieve ogni mia doglia innata. Or non so già perché sia tanto avara

di quel che molto vale e poco costa e da la morte me, miser, ripara. Perché tanta pietà mi tieni ascosta, perché di tanto don m'hai fatto privo?

Forse ch'al mio morir ti se' disposta? Overo el tuo aspetto inclito e divo si sdegna d'un sì basso e vil suggetto? Ché puoco giova al mare un piccol rivo.

Ma nulla fai, perché sempre nel petto ti porto scritta e in questa e in l'altra vita ti sarò fedel servo al tuo dispetto. Perch'una fé sincera e stabilita

per morte, per disdegno o per fortuna non fa da integro cor già mai partita. Diva signora mia tu se' quel una che sol nel petto mio abberga e posa

e dove ogni pensier sempre s'aduna. O, s'io potessi apien la fiamma ascosa mostrar di fuor, col mio dolente verso ti farei doventar mite e pietosa.

Ma le lacrime assai qual ognor verso dagli occhi e gli 'nfocati mie' suspiri tengan la lingua e 'l mie 'ngegno sommerso. E nel fine, a mie' tanti e gran martiri,

miser, un sol refugio era rimasto, ch'ancor teneva in piedi e' miei disiri: ché 'l volto singular, benigno e casto lieto vedevo e quel suave sguardo,

che fa spesso col sol lite e contrasto, da le cui fiamme ognor m'abbruscio e ardo. Non so per che cagion così turbato oggi el vedessi e nel guardarmi tardo.

Cara signora mia non ho errato; dunque perché, perché turbata in vista, perché el chiar sol in scura ombra è voltato? Ahimè, deh, più non far mia mente trista,

deh, non affligger più l'afflitto core! Che ne guadagni tu se l'alma attrista? Non agiugner più pena al mio dolore, deh, non far più intenso el mio martoro,

madonna, s'io ti son buon servidore. Non ti domando robba, argento o oro, ma solo un lieto sguardo del bel volto, qual per cosa celeste al mondo adoro.

Dunque poich'hai, crudel, rapito e tolto di me el miglior, non mi tollere ancora quel ch'a me giova, a te non nuoce molto. Orsù, ch'io tacia ormai venuta è l'ora,

suplisca el cor, ché la mia lingua è stanca. Vale madonna mia, vale signora: ché, con la penna, insieme el fiato manca.

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