Lassava già lo Scorpïon da tergo Febo e co' razzi di Chirone scaldava per far seco alquanto abbergo, quando pensavo in me per qual cagione
move Invidia Fortuna a·ffar ch'a torto alzi l'indegno e chi merta depone e a chi di speranzia è presso al porto tronca la vela a l'intrar della foce
né val contra di lei essare accorto. In questo tal pensiero aspro e feroce, già straco per l'iniusto e grave pondo, che quanto più si stima alor più nuoce,
ne l'ora che furioso e rubicundo scalcagnava Eritreo la quarta rota del carro di colei che obscura el mondo, la mente mia d'ogni contento vota,
lassando el corpo già vinto dal sonno in terra, a contemplar fessi remota. Cose alor vidi ch'a pena si ponno pensar nonché ridire. Or, sacre Muse,
soccorso ai spirti mei che debil sonno. Che visïoni orribili e confuse narrar conviemmi col mio canto fioco né più invero già mai sentite o use.
In uno alpestro e tenebroso loco, privo d'erbe, uce', fiori, arbori e fonti, qual sperto per tempesta over per fuoco, cinto d'alpestri e cavernosi monti,
là dove venti assai si generava e nella cima insieme eran congionti, (solo una stretta via era che intrava ne l'orribil spelunca et un gran fosso
di fango pien l'ingresso terminava), mi ritrovai, senza aver altro adosso ch'un bianco vel col qual mi recuprivo le parti putibunde e 'l resto scosso.
Uno ramo avia in man di verde olivo e di fior varii in testa una grillanda, sopra un tronco a seder di lauro vivo, con una gota alla sinistra banda
sopra la mano e l'altra a l'uscio volta, ch'oltre ne l'antro alquanto lume manda. Come om che ha la mente opressa e involta da diversi contrarii, indifferente
or l'un licenzia, or chiama l'altro e ascolta, stavo io, alor che repentinamente vidi passarmi una ombra innanzi al volto, ch'i' mi fe' qual da gran sonno si sente.
Così, né preso da paur né sciolto, verso la parte unde venia tal scuro cogli ochi umidi e molli mi fui volto et una donna vidi in atto puro
in su l'argin del fosso allegra e franca con grato aspetto e con parlar sicuro. Nel viso più assai che nieve bianca e gli ochi suoi qual d'Esper lo splendore,
quando el nimico suo a noi qui manca. D' ogni intorno porgea ambrosio odore e la suo chioma simile ad Apollo alor che vien de l'orizonte fuore.
Di dïaspri un monile avia a collo, indosso una lezadra e lattea vesta, di cui l'ornato racontar non sollo, e di safiri una corona in testa,
in mano l'arco e nel fronte l'insegna che già ad Orïon fu sì molesta. E perché per vergogna ogni om più sdegna quanto in loco più vil scosso e mendico
sopragiunto è da persona alta e degna, però al sguardo suo casto e pudico, da placare ogni tigre alpestre e crudo, exoso al vulgo, a la virtù amico,
trovandomi in tal modo abietto e nudo abassai gli occhi e strinsimi in un groppo, facendo del troncon pavese e scudo. Ben mostri essar Filen, di fede or zoppo
–dixe ridendo–e se di me spaventi, che far die' di chi vien per darti intoppo? Bisogna ormai che 'l lacrimare alenti e deponga ogni doglia, ogni mestizia,
mutando in gaudio e' tuo' gravi tormenti, perché non puol patir mai la iustizia che virtù senza premio innuda passi e senza punizion fallo e nequizia.
E se per forza ascosa alquanto stassi, convien per sua natura a luce surga, qual fuoco chiuso infra montagne e sassi. E come l'or ch'al cimento si purga,
così nostra virtù fra cose adverse lucida più che mai par che resurga. Paianti forse tuo fatighe perse già tempo assai, ma sappi che Fortuna
tal voglie sazia e tal tien giù sommerse. Quel abito divin che in noi s'aduna per onesto operar è sì odiato che raro ha premio alcun sotto la luna
et è oggi venuto in tale stato, che 'n fango iace chi di quello è acceso e sol Pilunno è in pregio et exaltato. Quanto uno arbor è più in alto exteso,
tanto da maggior venti è combatuto e chi in battaglia è innanzi è il primo offeso. Ma crede, come io dixi, che perduto non arai el tempo e se no in queste onde
di più fin prezzo altrui sarai soluto. E benché il fango a l'or non corresponde, pur picola acqua in un gran fuoco posta fa che la fiamma alquanto più diffonde.
Unde io nel venir qua mi son disposta, piacendo a te, diminuirti el tedio: ché l'un contrar per l'altro si discosta e chi de aversità sente l'assedio
impio di sé e vil s'aprezza e stima se potendo non vuol pigliar remedio. Vien dunque meco e lassa la valle ima, che condurti del monte io mi do vanto
presso ch'al mezo almen, se non in cima. E prima ch'i' la testa alzassi alquanto, questo e più disse con parlar diffuso, che narrar no el porria con debil canto.
E perché udir parole assai ero uso, tenea ghignando giù bassa la groppa incredul quasi, onde io mie fallo accuso. Come chi in carcer per distanzia troppa
or questo or quello ascolta e più non crede se non sente la chiave nella toppa, tale io; e lei che del tutto s'avide, dixe: Infedel, almanco alza un po' gli oc<c>hi
e dona al mio parlar credenzia e fede, che prima che la morte l'arco scocchi un tale effetto ti farò sentire, che gaudio ai saggi fie, doglia alli sciocchi.
E se disponti meco ora venire vedrai experïenzia sì vivace, che allo effetto fie scarso el mie dire. Qual om che sente cosa che li piace
alza la testa et infra sé bisbiglia e 'l fine aspetta desioso e tace, mi feci e tutto pien di maraviglia, fatta già l'alma al suo parlar sicura,
sollevandomi alquanto alzai le ciglia e, nella vista sua ponendo cura, cognobbi ch'aspettava il parlar mio Roppi el silenzio insieme e la paura
e dixi: Spirto uman, benigno e pio, che se' venuto al <dolo>roso speco, conscio de' mie' affanni e mie disio, in questo mondo falso, iniquo e cieco
non è più fede e chi dominar vuole porta el rasor e 'l mel sempre mai seco. Compreso io ho ch'e' fatti e le parole han fatto in questo mondo una balzana
e sol quel dice ogni om che far non suole. Però, madonna al mio parere umana, se fin qui el tuo parlar non ho gradito incolpa sol tale usanza mondana.
Appena fuor de' labri fu uscito di questo mio parlar l'utimo acento che: Pian pian–dixe–ogni vile è schernito. Dunque vien fuore e non stare più drento
né prendar più di me vergogna o tema, ché non ha il palio mai corsier ch'è lento. Così dal suo parlar già fatta scema la mente di pensier, ver lei andai
a guisa d'om che per gran freddo trema. E come in su la sponda io arrivai, per timor del passar tornai di smalto; poi per un cenno suo mi confortai.
E già el sinistro piede avia in alto, tenendomi essa forte per la mano, per far dell'una in l'altra riva un salto, quando presto del fetido pantano
saltò fuore una donna al dextro lato con abito e color diverso e strano. Come un porco silvestre inviluppato nel fango sbatte e' denti e scuote el soglio
quando da molti cani è circundato, tal fece lei, anzi con più orgoglio, quasi sdegnata già del parlar nostro, che del spavento ancor tutto mi doglio.
Insieme Borrea, Circio, Affrico et Ostro uscivan fuor delle tremanti labbia a quello orrendo e spaventoso mostro. D'un vil triliccio di color di sabbia
era vestita, macilenta e asciutta, pallida e' labri e pien di sdegno e rabbia, livida di color, fetida tutta, priva di riso, el sonno avia alieno,
ne' denti negra, agli ochi guercia e brutta. Fele buttava fuor ciascun suo seno, le ciglia obscure e folte a guisa d'orso e la lingua stillava amar veneno.
E quando col veder megli' ebbi scorso, da ogni mano una vipra tenea, dando ora a l'una ora a l'altra di morso. Questa è colei che con suo voglia rea
cagion fu che Pompeo morì in Egitto, che prima de' Roman lo scetro avea. Costei fu che condusse a tal delitto una delle tre suor, che convertita
fu in uno sasso poi sì come è scritto. Questa fu che guidò a bestial vita chi primo nacque e primo fratricida, da cui ogni rapina è stata ordita.
Costei fu di color pedota e guida che dero in prezzo el casto lor fratello, contra de' quali ancor se exclama e grida. Saül verso David fu impio e fello
pur per costei. A che far tanti exempi? Ché quasi impronta ogni om col suo suggello. Costei ne' gran palazzi e sacri tempi regnar si vede e sol povertà fugge
e par de l'altrui mal si sazii et empi. E del bene alïen tanto si strugge, che nullo ha in sé calore, anzi qual ferro e se ogni om ride e lei piangendo rugge.
Ora le rime mie ristrengo e serro a dir quanto crudele, impia e severa mi si mostrò e lei sa ch'io non erro. Questa impudica e disdegnosa fera
ne l'uscir fuor del putrido limaccio con parlare aspro e furibunda cera: –Ritorna in giù–mi disse e alzò el braccio, dandomi con la vipra una percossa,
ch'i' caddi indietro furïoso e vaccio. Madonna che di lì non s'era mossa, stupida per vedermi in tal penuria, fessi più volte in volto or bianca or rossa.
E poi, qual om che scampa d'una furia finché giugne al sicur mai volta indrieto, tal fece lei nella veduta iniuria. In piè pur mi rizai non troppo lieto
e tornando al troncon col ramo rotto dixi: Del mie stentar tal frutto mieto. La fiera che me avia dato tal botto: –Qui starai sempre–dixe, e presto presto
nel brutto fango si rintufò sotto. Qual marinar che vigilante e desto carico torna e già giunto alla riva movesi un vento turbido e rubesto
et ad un tratto d'ogni cosa el priva, così rimasi in più cocenti guai, chiamando aiuto a chi non mi sentiva e con un gran suspir mi risvegliai.
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