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1503–1503

29

Filenio Gallo

Die vi guardi omini e donne che qui insieme ora ballate. Deh, non vi maravigliate s'i' son fatto uno Ateonne.

Non ch'i' sia da l'alma dea come lui mutato in cervo, ma perché fortuna rea, finch'in me la vita oservo,

vol ch'a chi m'è più protervo sempre sia un Mecennate. Die vi guardi omini e donne. Questa è quella idra che mosse

quel d'Aten contra Solone, quest'è el premio che riscosse da' Romani Scipïone, quest'è oggi el guidardone

di chi serve a vil brigate. Die vi guardi omini e donne. Questa non è cosa nuova, già el provò Abel col legno,

e' figliuol di Marte a prova ebben già l'un l'altro a sdegno, Jove al padre fuor del regno fe' finir le suo giornate.

Die vi guardi omini e donne. Sempre advien che l'alte ponte son da' venti ognor più mosse, quanto è più altero un monte

tant'ha poi maggior percosse, valli basse e lorde fosse mai dal ciel son fulminate. Die vi guardi omini e donne.

Chi regnar vuol oggi al mondo bisogna essar Mida e Crasso, Alixandro è gito al fondo e Locullo al tutto è casso.

O Traiano, adio, ti lasso, più non seguo tuo pedate. Die vi guardi omini e donne. Chi non m'ha inteso, suo danno;

basta a me ch'i' m'intendo io; sempre non dura uno affanno a chi tien fermo el disio. Pongo fine al cantar mio;

doppo el verno vien la state. Die vi guardi omini e donne.

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