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1503–1503

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Filenio Gallo

Di quel color che l'orizonte fassi, spuntando Apollo al balcon d'Orïente drieto a la figlia con veloci passi, divenne al mio parlar tenendo mente

e fra un gran suspir con voce pia: Ascolta–disse–e non parlar nïente. Così, guardando in la sua faccia dia, compresi ai movimenti aver parata

dolce risposta a la domanda mia e, qual om ch'ha proposta sua imbasciata dinanzi al tribunal aspetta e tace per sentir cosa al suo contento e grata,

queto restai e lei: Quanto è vivace con ornato parlare umiltà,–disse – che quanto ha men color tanto più piace. Son tue parole in mia mente sì fisse

per l'umil tuo narrar, benigno e grato, che impossibil saria ch'io non empisse l'animo tuo. Vedi un medesmo fiato che lento scalda e furibundo aiaccia;

el polso lieve è san, l'altro è malato; l'acqua si riconverte in dura jaccia al freddo vento e se 'l suave spira convien che presto poi si liquefaccia;

un medesmo parlar piacere e ira può generar, l'un con superbia expresso e l'altro se umilmente fuor respira. Tu voi saper chi son: dirollo adesso

e ancor ciò che mi fa sentir gran pena in breve spazio ti sarà concesso. Chiamomi d'ogni cosa una ampla vena: questo è el mio nome, e so che l'hai udito,

fra tutte l'altre splendida e serena. Dal dì ch'io nacqui in questo ameno lito dugento e sette lustri e mezzo sono stata, crescendo ognor la forza e 'l sito,

tanto che ormai di mia potenzia el tuono rimbomba l'universo e la gran fama di me già spansa, non te ne ragiono. Excelsa sopra l'altre ognun mi chiama

d'intelletto, virtù, ricchezza e fede; chi mi odia trema e secur sta chi me ama; nissun mi tien qual so' se non mi vede né è alcun in poter tanto perfetto

che a suo danno ver me non mova el pede. Per salvar questa croce ch'ho nel petto fatto ho tremar spandendo el proprio sangue tutto el spurcido ovil di Macometto.

Parte de Italia ancor povera langue sol per sperimentar mio fiero morso dolce a chi el teme, a chi el disprezza d'angue. Se con l'ingegno vuoi far buon discorso,

quante patrie e città, come s'intende, da tiranni ha scampate el mio soccorso. Io non offendo mai chi non mi offende, come el lion, ma chi mi fa un cenno

raro dal mio furor poi si difende. Iustizia e pace mi governa e senno e 'l mio concetto ha sì cupa radice, che mai scocca el mio strale ov'io accenno.

Di tutti li indigenti ospitatrice, ai virtüosi una ubertosa mamma, nel publico governo una fenice. Io t'ho de l'esser mio detto una dramma,

or se tu vuoi del dolor la cagione convien che aguzzi gli occhi a maggior fiamma. Tanto el perder un ben maggior passione dà a chi el perde e disio d'acquistarlo,

quanto più quel contien perfezïone. Sta' dunque attento a quel che mesta parlo, ché quel che 'ntendarai col mio dir fioco stupido ti farà pur a·ppensarlo.

Non mi ricordo quanto in questo loco da la mia creazion stata mi fusse, ma credo al mio parer ch'el fusse poco, quando in mia compagnia sorte condusse

di quella alta prosapia, che già a Roma venne a grand'uopo et Anibal destrusse e ora appresso a me tanto si noma. Questi crescendo in gloria e fama assai

han fatto dir di sé ogni idïoma; sempre son stati a me fedeli e mai per la salute mia non venner manco, senza temer gran torti, ingiurie e guai.

Già mai alcun di lor timido o stanco non trovai nel patir la certa morte per servare el mio nome integro e franco. Egli è ben ver che mai fortuna o sorte

non puol remuover ciò che dà natura, ché 'l più supera sempre el manco forte. El primo d'ei, che fu di Dio fattura, prese una grazia tal dal suo Fattore,

che ne' seguaci agumentando dura. In lor virtù, in lor pregio e valore, in lor benignità, in lor ricchezza, alto consiglio e gran disio d'onore.

Gloria sempre son stati e la bellezza del regno mio fin negli anni recenti, che 'l Cielo ha raddoppiato in lor fortezza acciò che ne' futuri e ne' presenti

giorni dal Tempo invidïoso e parco non sieno e' nomi lor nel mondo spenti. Quando el preclaro e generoso Marco del magnifico sangue al secol venne

d'ingegno, di valore e virtù carco, questo tal vita in la sua patria tenne, che non un Regol sol né un Fabrizio, ma nuovo Scipïon per me divenne,

alzando la virtù, calcando el vizio, benigno al giusto e punitor del reo, giustando el mezzo al fine et a l'inizio. Costui per suo favor sacro Imeneo,

perché simil con simil s'accompagna, al giogo marital congionto feo e di quella isoletta che Egeo bagna, qual piacque a Bacco e a·llui sacra fue,

dove Arïadna di Teseo si lagna, scelse una donna con le grazie sue del roman sangue Crispo, che or lì regna, e in un sol groppo congiunse ambedue.

Qual fusse o sia costei el nome t'insegna: in costumi, in virtù vera Fiorenza, fior che ha produtto a noi stirpe sì degna. Ne' giorni suoi di bellezze excellenzia

ebbe fra l'altre, or in matura etade modestia, senno, exemplo e continenzia; una nuova Veturia in gravitade, altra Racchel in suo parto feconda,

qual Anna in santimonia e castitade. O degna coppia, o coniunzion gioconda! Una concordia al ben con fede unita come sempre è fra chi virtù seconda.

Queste due piante, prolungando in vita, produsser frutti assai, parte de' quali fu da invida morte a noi rapita. Ma quei che qui restar son fatti tali

e 'l ciel con tal favor gli guida e regge, che fien coi spirti lor nomi immortali. E sì come che vuol natural legge ch'ogni cosa creata abbi el suo fine,

e qual sul fiore e qual maturo elegge, doppo l'opere excelse, alte e divine del magno cavalier a Jove piacque chiamarlo a sé fuor del mondan confine.

Pensa se a me gran danno e doglia nacque, se pianse gente assai pensar lo puoi e se a la sua Fiorenza assai dispiacque. Quattro lor frutti son restati a noi:

tre donne excelse et un om sì famoso, che non ha el pari ancor ne' giorni suoi. Giorgio è 'l suo nome, invitto e generoso, magnanimo, gentil, constante e saggio,

fedel, provido, acorto e poteroso. Lustra fra gli altri mei qual solar raggio, a me ubidïente, a me umile, che sol dove a me piace è el suo viaggio;

de' suoi progenitor segue lo stile, ché pel comun servizio el proprio adnulla. Rigido punitor d'ogni atto vile, amico di virtù fin ne la culla,

giusto in consiglio, in consolar suave, pronto al perdon, l'ingiuria apprezza nulla. In biondo crin saper canuto e grave, tanto che adesso è di quei diece l'uno

che tengan del mio imperio in man la chiave. Vero Cornelio in premïar ciascuno, gratissimo a chi el serve e lui mai sazio è di servir, non segregando alcuno,

costui un Fabio, un Catone, un Orazio è stato sempre in seguitar mie orme, sprezzando naüfragii, insulti e strazio. A tutto el mio voler sempre conforme

e son sì inanzi agli anni andate le opre, ch'all'uffizio è la età assai difforme. E perché invidia ogni virtù ricuopre, acciò che quando fie da morte spinto

rimanga el nome e l'excellenzia sopre, de aürata toga l'ho precinto, qual appartiensi a nobil cavaliero uso a vincer ognun senza esser vinto.

E se la vita sua fie com'io spero, voglio exaltarlo a più sublime scanno, qual vero faütor del nostro impero. Tre sorelle ha, ch'all'altre lume danno

come a le stelle el sol, e come rosa fra gli altri fior tal tra le donne stanno. L'una di manco età, vaga e gioiosa, diminutivo tien di Colei el nome,

che d'un solo è madre, figliuola e sposa. Chi guarda ben costei comprende come a' tempi nostri ogni altra in beltà excelle, in dolce grazia, in bel volto e le chiome;

du' occhi in testa tiene, anzi due stelle, dove tempra suo' stral sempre Cupido, né più altro disia chi guarda quelle. Lezadra, franca e d'ogni virtù nido,

piacevil, mansüeta, umil, acorta, di fede e continenzia un'altra Dido. Dolce parlar ch'ogni aflitto conforta, costei è d'un Cappel sposa e conserva,

che l'aürata insegna al petto porta. L'altra seconda gaia più che cerva, magnifica, real, prudente e vaga de la progenie sua el nome serva.

Una tal gravità costei appaga, ch'ogni van desider stolido e ingiusto un movimento sol contenta e paga. Viva prudenzia, aspetto alto e venusto,

non donna, no, ne' suoi effetti pare, ma un Traiano, anzi un Cesare Augusto. Saggi custumi, umil maniere e rare, divo intelletto e perspicace ingegno,

bellezze somme, onestà singulare. Costei divenne sposa di quel degno Paulo, figliuol del claro Vendramino, che tenne el principato del mio regno.

Una insolubil fede, amor divino fu infra lor, un conversar giocondo; poi morte in sul bel fiore e fier destino di lui fer prede e lei rimase al mondo.

El secondo capitolo de l'insogno qui finisce

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