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1503–1503

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Filenio Gallo

Partir volea del sen de' car Fratelli per far del Cancro alquanto tempo acquisto Febo coi razzi suoi aurati e belli, le divizie di Cerer, che Calisto

inseme vide, già Siro brusciava, facendo ciascun Pan spogliato e tristo e con maggior furor Titon cantava, gli ucei quasi in silenzio a la dolce ombra

lo specchio di Narciso ognun cercava; ne l'or che el lieto amante in fretta sgombra e colei che e' mortal dal sonno sveglia lassando el vecchio el scuro mondo ingombra

e già pian pian sollevando le ciglia coi biondi crini a' suoi corsieri Apollo rinfresca l'orzo e prepara la briglia, quando nel mio studiol, qual spesso immollo

di lacrime dal dì ch'io fui ligato con nodo tal che più scioglier non sollo, tutto d'angustie oppresso e circundato, preliando insieme Amor, tormenti e 'l sonno,

caddi alfin presto dal sopor gravato. Fantaso e l'altri due mi presentonno cose sì magne, che non solo exporre, ma pur pensarle e' mei spirti non ponno.

O Jove, or qui con le tue figlie corre et al mio secco e arrido intelletto con lor dolce licor presto soccorre. Libero, al mio parer, sciolto e soletto

a piè de l'Alpe in l'adriaco seno, da' Paflagonii già per sorte eletto, in un suave e vago lito ameno fra el Meduaco e 'l Silo in un momento

dove lor nome e lor sapor vien meno trova' mi e andando con un passo lento vidi una donna inconsueta e nova, del cui aspetto ancor tutto spavento.

Qual om che cosa inusitata trova stupido resta e, titubando, pensa fuggir se nuoce et aspettar se giova, tal io, vedendo sì preclara e immensa

figura, stavo in me tutto perplesso. Poi discacciò el timor la voglia intensa e tremebondo fe' mi alquanto appresso, come chi vuole a qualche loco degno

giugner e teme non li sia permesso. Alza Minerva ormai, alza el mio ingegno, sì ch'io descriver possa sua figura, ché le vil forze mie non vanno al segno.

Già mai produsse el cielo e la natura tal donna, che del mar presso a le sponde si stava alquanto mesta e ben sicura. Mezza era fuore e mezza era ne l'onde,

umana effigie quel che era scuperto e come pesce quel che l'acqua asconde. Grave in aspetto e comprendeasi aperto in lei maturità d'ingegno e de anni,

de la statura sua non son ben certo. Di ricchi, fini et aürati panni dipinti tutti a diversi colori, che allegraria ciascun benché in affanni,

era vestito quel che apparea fuori con ordin bello e tanto ben contesta, come di maggio un bel prato di fiori. D'oro e di gemme una corona in testa

di pregio tal, che chi attento bada quella di Febo non è pari a questa. Da la sua destra mano avia la spada con qual manda al suo fin tutte le cose,

acciò che ognun per dritto camin vada; ne la sinistra in un ramo tre rose, l'una già secca e l'altra aperta e bella, l'altra tenea ancor suo foglie ascose.

Una ferrea colonna aveva quella sculpta in la dritta spalla e ne la manca era una rota a guisa d'una stella. Splendea nel petto una crocetta bianca

d'un saldo dïamante e nel bel fronte verde smiraldo a cui mai color manca. E per guardar più su, con voglie pronte alzando gli occhi, a quelli un fulgur venne,

ch'io dubitai non doventar Fetonte. Tanto splendor la vista non sostenne, pur avido veder, qual nuovo ucello che vuol volar e non si sente penne,

per maggior sicurtà feci cappello agli occhi con la mano e guardai fiso e vidi alquanto che splendor fu quello. Sopra e' flavii capei razzava assiso

un vivo serafin tuto di fuoco, de' più chiari che fusse in Paradiso, tal che di mezza notte in ogni loco farebbe un giorno più che mai lucente

e 'l sol appresso a quel splenderia poco. Sull'erba inanzi a·llei, ponendo mente, a l'ombra d'una palma un lion stava con l'ale d'or magnanimo e potente.

Così la bella donna contemplava, qual cara sposa el geloso marito, guardando con turbor chi lei guardava. Tanto quel ch'io vedea m'era gradito,

che avido d'assai meglio oltre acosta'me, per fin ch'io giunsi a la sponda del lito. Guardando in acqua vidi le suo squame, le quali eran d'un vero e lucido oro,

da spegner 'nanzi a sé ogni velame. D'ognuna in mezzo con divin lavoro diverse gioie fiammegianti assai, che mai fu visto un sì ricco tesoro.

Questa tal parte non fermava mai, anzi movendo in ogni loco splende come in cristallo ripercossi rai. Qual om che vede cosa e non la apprende

per la grandezza al suo senso excessiva quanto la guarda più manco la 'ntende, tanto più lo esser suo mi si cupriva quanto cresceva più sua excellenzia,

guardando la efigie altera e diva. Parea aflitta e con gran displicenzia, tal ch'io volea passar timido e muto senza de l'esser suo aver scïenzia;

ma poi che alquanto in me fui revenuto, mi feci innanzi e con somma umiltade, doppo un servile e benigno saluto: O donna, anzi celeste Maestade

–dissi–per cortesia ascolta alquanto, ché in cosa diva adviensi umanitade. L'aspetto tuo divin, stupendo e santo m'ha tratto sì di me che ancor non vengo

e grande amirazion da l'altro canto. Ché se in la faccia tua ben mente tengo, mi par che senta al cor qualche martire: così fra due contrarii mi ritengo.

S'umil prieghi han vigor, non mi disdire prima chi se' e poi qual impio oltraggio inusitato duol ti fa sentire. Alor con un parlar pesato e saggio:

Non cercar–disse–più quel che non dei, ch'io so' a tu' occhi troppo intenso raggio. Se guardi a l'esser tuo e chi tu sei, vedrai la forza tua esser sì bassa,

che a gran fatiga agiugneresti a piei. Chi prima lo esser suo ben non compassa resta ingannato et a la soma cede chi oltre al poter suo col voler passa.

Va' dunque al tuo vïaggio e certo crede che grazia alcuna in questa instabil vita mai non obtien chi stoltamente chiede. Se 'l mio dolor che a lacrimar m'invita

ti fusse manifesto, non potresti essendo un om sì vil donarmi aita. Inclita donna, e' movimenti onesti –diss'io–ch'io veggo in te m'han fatto pronto,

ma più e' begli occhi lacrimosi e mesti. Come dici son vil, ma se fai conto non fu mai verme di sì poca stima che con qualche virtù non sia congionto.

Risguarda el prun, che tutto el verno in prima nulla si priegia e ciaschedun l'ha exoso, diletta poi quando ha la rosa in cima. El falco, benché forte e poteroso,

pur nel gran freddo qualche avicoletta tien sotto al pè per suo magior riposo. Spesso una abietta e piccola barchetta a un grosso navil vien sì a uopo,

ch'el scampa da tempesta e da vendetta. Vil animal si dice essere el topo; ha pur talvolta soccorso el lione, se tu hai letti e' proverbii de Esopo.

Sai ben che la stultizia di Cimone fu già a Atene in gran soccorso e pregio fuor de la divulgata oppinïone. Aveano e' Roman Bruto in dispregio;

pur da' tiranni salvo el popul feo, tal che poi si stimò fra gli altri egregio. Qual mai più abietto e vil che Mardocheo? Poi per ingegno suo fe' sì degne opre,

che franco e magno fe' el populo ebreo. Ciascuna cosa suo virtù discopre quando è el bisogno e de l'omo el secreto solo è palese al gran Signor di sopre.

Dunque, Regina, ormai con volto lieto fammi tal don, che forse in qualche parte potrà l'animo tuo tornar quieto, ch'un manifesto duol più tosto parte.

Finito è 'l primo capitolo del prenominato sogno

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