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1523–1593

77

Erasmo da Valvasone

Mentre nel vetro rilucente e puro vostra beltà mirate a parte a parte, e divenite in lui via più superba de le cotante grazie in voi cosparte,

che sole e senza par mai sempre furo, deh non v'incresca ancor l'alta et acerba pena, che 'l mio cor serba dal dì che vago e del mio petto in bando

in voi si pose amando, da le cagioni ir misurando; e spero che, se nol puote altrui lingua né mia, la vostra imagin sia

che di voi e di me vi scopra il vero, e 'l rigor vostro poi renda men fero. Quando in mille lacciuoi, mille ritegni, ove Amor altri e se medesmo annoda,

del bellissimo crin torcete l'auro, e con fastosa ma verace loda dite: — Non ebber mai le piante e i regni de le nepoti del gran vecchio Mauro

così nobil tesauro; né così vaghe e preziose arene Indo o Pattolo tiene; — dite anco con pensier dolce et umano:

— Io son sì ricca, e 'l mio fedel amico si sta nudo e mendico a contemplar il mio pregio sovrano, e piange e brama e chier mercede in vano. —

Poi quando a mezzo la serena fronte, tra schietto avorio e naturale smalto, Amor in maestà seder mirate con lo scettro e l'insegne erette in alto,

e vi son le sue prove aperte e conte e le forze e 'l valor che voi gli date; gli occhi in parte abbassate ov'io da' suoi portieri indarno chieggio

chi dinanzi al suo seggio conduca un dì me supplice e devoto, perché accettar ne le sue man non nieghi le mie carte, i miei preghi:

e fiavi allor senza intervallo noto quanto duol sia bramar giustizia a voto. Mirate lampeggiar le stelle ardenti, che ripercosse dal lucente obietto

infiamman l'aria di fulgor celeste, ad un sol dolce giro il più ristretto gelo de l'Alpi a distillar possenti, quando più Borea le montagne infeste;

et allor dite: — Queste acceser nel suo cor l'incendio grave, onde il miser non have posa, né spera estinguerlo giamai.

Or imparo da te, dolce mio sguardo, che 'l refrigerio tardo è mia nequizia; e prima anco peccai, ma non credeva io già tanti suoi guai. —

Pinger vedete primavera eterna l'amene piagge del felice volto di fresche rose e lucide viole e, per entro, uno stuol di grazie accolto,

ch'occhio mortal visibilmente scerna, con gli amori menar dolci carole, e dite: — Ohimè, il mio sole perché la speme in lui secca e consuma?

Perché d'oscura bruma circonda i suoi desir per ogni tempo? Dal ciel che gira a me sereno sempre con più soavi tempre

non imparo io a spirar, ch'egli è ben tempo, aura ch'anco in lui solva il freddo tempo? — Mòstravi de la bocca, altero nido d'angelica eloquenza, i novi onori,

e vi giura l'essempio suo verace che rubin, perle, o preziosi odori non ha la ricca Aurora in alcun lido di sì gran vanto: or se cotanto piace

mentre si posa e tace, vi mostri anco un pensier cortese e pio qual face, qual desio le sagge umili note e 'l vago riso

portin ne l'alme altrui, mentre si move; e con qual forza e dove me rapir, me da me tenner diviso quel dì, ch'io mi rivolsi a lor sì fiso.

Bianca neve è 'l bel collo, e 'l largo petto di vivo marmo lucido e tremante: e nel mezo un sentier vago, che guida su l'ali del desir lo sguardo amante

a la felice casa del diletto. Ohimè, ma colà dentro un cor s'annida, crudo, freddo, omicida, che non cura d'amor face o faretra,

ma da' sospiri impetra maggior durezza per antica usanza. Deh miratelo omai più fiso un poco, e dite: — In questo loco

che non abbia pietà più larga stanza è pur contrario a sì bella sembianza. — La bella man di candido alabastro, ch'or il pettine move, et ora scioglie

a contender col sol l'aurate chiome, or l'increspa, or le tesse, or le raccoglie d'intorno al capo con purpureo nastro, e in mille nodi le compone, e come,

mirate alfine, e come la gemma avivi in lei gli ardori suoi; e mirate anco poi qual mi discenda in sen dal lato manco,

e l'apra sì, che ne divelle l'alma; e dite: — Ahi fera palma, uccider chi si rende afflitto e stanco, e di sangue macchiar pregio sì bianco. —

Canzon, tu fingi invan ragioni e vezzi: che 'l reo specchio da noi più la rubella, quanto più vaga e bella a lei stessa la mostra, onde ne sprezzi;

o le cada ei di man, sì che si spezzi.

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