Ho il canto dell'upupa,
ho il viso di un prete,
le penne di un passero
sfuggito alla rete,
fanciulla, per essermi
sì cruda e severa?
Se' tu inespugnabile,
mia bella trinciera?
Che filtri, che spasimi
fan d'uopo al tuo cuore,
perché mi rimuneri
di un raggio d'amore?
Vuoi dunque ch'io lagrimi,
ritrosa romana,
al par delle statue
di piazza Fontana?
Ch'io vada pescandoti,
per darti la cena,
nel nostro naviglio
delfino, o murena?
Ch'io danzi coi trampoli
su un filo di seta,
che un ago ti fabbrichi
di carta o di creta?
Ch'io strozzi un canonico
coll'irte tue chiome,
ch'io fermi l'elettrico
gridando il tuo nome?
Ch'io rubi nell'etere
di stelle un collare,
o fili il tuo strascico
col raggio lunare?...
E sì che le bubbole
potrei qui finire,
se avessi la voglia
di farti arrossire,
fanciulla, dicendoti
la prosa del vero:
— Ho d'oro penuria,
son grullo se spero. —