..... Rammento una favola udita da fanciullo. Il buon vento or me la riconduce tutta fresca: la narro. La Cicala, la Talpa, il Bòtolo e il Ramarro
da molte albe tacevano nell'edere e nel loto. Il giardino pareva attonito ed immoto, e dal loto e dall'edere correano invide occhiate dietro il vol di Libellula dalle ali dorate.
La leggiadra creatura, bianca come la neve, fulgida come l'astro e come l'aura lieve, vedea sotto le spire della sua danza folle insuperbirsi i petali, schiudersi le corolle:
rose, geranii, mammole, anemoni e giacinti, come da un vago fascino di arcana ebbrezza avvinti, si curvavano, quasi invitando umilmente; il cielo era sereno, limpido, trasparente,
la farfalla volava, e volava, e volava; or su un cespo, or sull'altro un attimo posava, e via, via, nell'azzurro, ratta, vertiginosa, dalla mammola al giglio, dal geranio alla rosa,
come chi cerca alcuno nella folla, né il vede, s'alza, scende, fa sosta, si dilegua, riede... È sparita! — Ma dove? — Dove il vento conduce: forse in fondo alla tenebra, forse in mezzo alla luce...
Come appena disparve il fulgor di quell'ale i Bòtoli, i Ramarri, le Talpe e le Cicale intuonarono un inno; i minuscoli insetti cantarono alleluia, e dai solchi reietti
s'alzò un coro di festa. “— Era troppo superba! — Mai non volle fermarsi per cinguettar coll'erba! — Sdegnò sempre dell'orto la procace verdura! — Del limo in cui cantiamo pareva aver paura!”.
Oh! triste a dirsi! fiori!... i fiorellini anch'essi, poiché fur nella disputa per alcun po' perplessi, diedero poi ragione ai bruti e alla cicoria! Le favole ritornano care nella memoria,
come il primo giuocatolo e come il primo amore; ma poi, quando più invecchia e si fa triste il core, ci avvediamo, sgomenti, che favole non sono. — Chieggo a cui ciò non piaccia umilmente perdono.
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