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1839–1875

SPES UNICA

Emilio Praga

Vorrei farmi carnefice, vorrei farmi becchino per lacerarti, o secolo, quel manto d'arlecchino;

e sul tuo muto Golgota cacciarti col tuo Dio, e imprecarti l'oblìo dei posteri e dei sol.

Tu che inceppasti il fulmine, prosa lanciando in cielo, sicché alle stelle vergini hai lacerato il velo;

tu che, buffon, le numeri, e batti la misura, mentre per l'aria pura movono a danza il vol,

ov'è il tuo cielo? il Satana ov'è per cui bestemmi? Qual raggio il folto illumina bosco de' tuoi dilemmi?

E le tue muse?... attendono forse, per ricantare, che poggi il mobiliare a una cima immortal?

Tuo forse è il Dio cui volano il paternostro e l'ave, culle derise e sucide di coscienze ignave?

Tra i fili del telegrafo, col fischio del vapore, ti sparvero dal cuore l'ostia e il confessional!

Bella commedia!... e trassero in clinica Maria, e alle genti bandirono, dogmatica autopsia:

“Olà, madama è vergine!”. Essi l'avean violata, e la folla beata osanna al ciel mugghiò.

Tu, tu, fatal pontefice, vecchio dal cor di bronzo, tu, mitrata putredine, sognante un'orbe gonzo,

tu i vivi agghiacci, e i posteri travolgi a ignoto abisso: brandisti il crocefisso e la fede crollò.

— O musa! a questo pallido tuo giovane poeta, o eterna dea, tu mormori il nome della meta;

tu di Corani e Bibbie sdegni la inutil scola, tu parli la parola del bello e dell'amor.

Ma vedi? è solitaria, vana la nostra gioia, il nostro salmo il secolo delle macchine annoia;

cantiamo in ritmo algebrico del Cenisio le porte, cantiamo: o Roma o morte! Tribuni o senator...

Forse se ha senso pratico o di attualità, forse se, posto in musica, al volgo piacerà,

le vecchie note, o vergine, le troveranno ammodo, e ci diran sul sodo: “Bene, bene davver!”.

Al di là dei comignoli se tentiam batter l'ali, potrem fra noi benissimo dichiararci immortali,

ma ricontando cedole e buoni del Tesoro, brontoleran fra loro: “È linguaggio stranier!”.

Musa! le notti volano quando vieni in famiglia; già la lucerna è pallida e la città sbadiglia...

io stanco sono... oh il fulgido sole che spunta adesso, quello è sempre lo stesso da quando in cielo entrò!

E a noi mutar coi secoli è legge e forma e ingegno; or giganti magnanimi, or fantocci di legno;

poc'anzi io stesso un angelo, presto un verme dormente, una preda del niente, un uom che vaneggiò!

Bando al livor... crisalide forse è la nostra etade; già crolla il seggio ai despoti, e la maschera cade;

già all'orizzonte tremola forse la grande aurora... dalla profonda gora la farfalla uscirà!

Musa, quel dì la lapide peserà sul poeta: ma tu, prona al mio tumulo, di serti e incensi lieta:

“Nei mesti giorni un tenero amante ei fu!” dirai, e l'orgoglio il mio scheletro a ritentar verrà!

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