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1839–1875

SERAPHINA

Emilio Praga

È morta. O affascinati adolescenti che in agguato io vedea sulla sua porta filar la tela delle voglie ardenti, piangete meco: Serafina è morta.

Morta: l'amante dell'ultima notte n'ebbe gli amplessi coll'odor del tifo, e, uscendo all'alba, avea coll'ossa rotte gli occhi di voluttà pieni e di schifo.

Voi non credete che possan morire le belle donne, o poveri fanciulli? Ma gli è dono degli angeli svanire, e l'infrangersi appunto è dei trastulli.

Non credete che il suo corpo divino sia chiuso adesso fra quattro assicciuole? I preti gli parlarono in latino girando intorno colle negre stole.

Come due remi a un naufrago legati le stan distese e immobili le braccia; errano i vermi ciechi e spensierati sul bianco seno e sulla bianca faccia.

E le cascan le palpebre in frantumi come imposte di casa inabitata; quella chioma di raggi e di profumi l'hanno gli eredi a un creditor lasciata.

Cerchiam nei balli, e la vedremo ancora la lunga chioma dalla negra tinta: forse vi intreccia mammole a quest'ora qualche beltà nel gineceo discinta.

Ed io che le avea fatto una canzone alla povera morta, appena, appena! Era la lista delle cose buone ch'ella offria nella sua stanza serena.

E: “Inchiodala sull'uscio io le avea detto, un sigaro fumando in santa pace: — inchiodala sull'uscio, è il tuo brevetto, il miglior dei blasoni, e il più verace”.

E la canzon dicea: “Libero ingresso! Si dan lezioni di teologia; qui dalla bocca di un maestro istesso parlan del cielo amore e poesia.

Lasciate la memoria e la speranza, lasciatele qui fuori ad aspettare; si gridi al mondo, entrando in questa stanza, dolce pianeta seguita a rotare;

seguita pure, o docile pianeta; quando nell'aria a faccia a faccia sono i secoli di noia e l'ora lieta, volando si ricambiano il perdono.

Seguita, va'! Figli d'Adamo, avanti, che già la noia è al limitar rimasa; (non badate alle imagini dei Santi, son della vecchia che affittò la casa).

No, il paradiso una stupida cosa, non è qui dentro, né di talpe un sogno; è un'alcova pulita e silenziosa, è il delirio, è l'oblìo d'ogni bisogno;

d'ogni bisogno, d'ogni legge umana, di tutti i gioghi alla carne inossati; è la palma ove bee la carovana dei desiderii oscuri e sterminati;

è il sacro Ver per cui l'idea s'inciela, è la Materia, la divina antica, l'eterna maga che beando svela i segreti del mare e della spica.

È la piscina, e non è sugellata, è il nettare che i numi han preferito, è la fé d'ogni razza e d'ogni data, è la vita, è la morte, è l'Infinito!”.

Così dicea la mia canzon verace, e mi sovvien che mi fornian le rime un sigaro fumato in santa pace, e il bel profilo di due spalle opime.

Due spalle opime, due spalle di sasso, fatte per camminarvi a suon di tube: e avean tutti i sapor dell'ananasso, tutti i sorrisi di una guancia impube!

Domandate a quest'ugne, a questi denti come si vinca Minerva guerriera, domandate alle mie viscere ardenti come bacin la tigre e la pantera!

E come è dolce l'armonia d'un fiato che perdé la misura, e non la trova, mentre il pensier, tra sveglio e addormentato, vaghe fila congiunge, e il ciel rinnova;

mentre in un mar di scompigliate chiome, soavemente ondeggi e senza sosta, come un visir sul suo camello, o come un baronetto che viaggia in posta!

Voi non credete che possan morire le belle donne, o poveri fanciulli? Ma gli è dono degli angeli svanire, e l'infrangersi appunto è dei trastulli.

Non credete che il suo corpo divino sia chiuso adesso fra quattro assicciuole? I preti gli parlarono in latino girando intorno colle negre stole.

E stanotte sognai ch'io la vedea come aspettata entrar nel paradiso, e Cristo in mezzo alla tribù giudea, di arcana voluttà rorido il viso,

le aprìa le braccia, e sospirava: “È giunta un'altra bella! vieni, o fortunata, o giovinetta nell'amor defunta, è tua la volta immensa e costellata!

Vieni, fanciulla, di palor soffusa, vieni all'amplesso dell'eterna ebbrezza!”. Ed ella rispondea tutta confusa: “Vuoi ch'io ti doni un bacio, o una carezza?”.

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