Stamane io avea gridato al mio cervello: si chiudano le porte a chiavistello, il padrone è ammalato e doloroso; si chiuda la baracca, e vi si scriva:
Oggi riposo! E avrei voluto aver sul mio scrittoio qualche ranocchio fetido e squarquoio per contemplarlo, e stabilir confronti,
e saper come la natura imprima gli ultimi affronti. E con esso un volume avrei voluto, un volume di qualche autor chiercuto,
per accertarmi colla musa mia che a qualche cosa può servire ancora la poesia. L'uno gracchiando alla melma natìa,
l'altro ai santi e alla vergine Maria, potean soli ridarmi un'ora lieta; tanta vergogna mi mordeva il core d'esser poeta.
Uscii: piovendo gocciole sottili, le cime nascondea dei campanili il nebbione, e la cupola del duomo, senza il manico d'or, parea la canna
di un pover'uomo. Mi zoppicava accanto un vecchierello tutto avvolto in un lurido mantello; era canuto, giallo e macilento...
Lo urtai: la stoffa che lo mascherava si aperse al vento, e, come un filo che trovò la cruna, un raggio uscì dalla sua falda bruna;
io gridai come un pazzo: “È lui ch'io scerno, non v'è più dubbio, l'ho trovato, è lui, è il padre Eterno! Ah paradiso, purgatorio, inferno,
alba, sera, meriggio, estate e inverno! No, non mi sfuggi, despota adorato; non mi sfuggi, e arrossir devi, e pentirti del tuo Creato!”.
Sorrise il vegliardo di un grande sorriso, e parve, se squarcia le nuvole il sol, l'arcana dolcezza del raggio improvviso che balza e si adagia sull'umido suol.
Poi disse: “Poeta dall'occhio sdegnoso, allenta la foga dell'agile piè; e a qualche vicino cantuccio nascoso, se vuoi ch'io ti ascolti, cammina con me”.
Passava un canonico; sentendo il compagno celeste di rabbia repente tremar, gli dissi all'orecchio: “Cacciamolo a bagno? Qui presso è un canale... tu stammi a guardar”.
E già mi avventavo... Ma il nume rispose: “Un solo fra tanti, fra tutti... a che pro? Pei versi e l'oceano, pel turbo e le rose, poeta, il castigo dal ciel tuonerò!”.
Giungemmo a un boschetto; qui il vecchio s'assise, tergendo affannato la polve e il sudor; mi stese la mano, di nuovo sorrise, e: “Sfoga — mi disse — l'immenso furor!”.
Ma quel sorriso mi avea fatto muto, e stava lì, sospeso, a bocca aperta come quando si aspetta uno starnuto. E a poco a poco mi sentìa nell'anima
la leggerezza d'un ch'esce di guerra; la meraviglia che invade al punto di lasciar la terra l'areonauta.
“Padre, padre... del mio fato mi accerta!... Ho qui sul cranio come un serto acuto...”. Egli die' un guizzo e dileguò per l'erta. Orribilmente del letto la coltrice
mi pesa, e intorno bisbigliando vanno voci domestiche: “Bevine un po', ti calmerà l'affanno, è lauro ceraso”.
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