Se fosse nostro, Arrigo, il secol bello della fervida fede e dell'amore, pensa che tu saresti un menestrello di nordici liuti animatore,
un giovin paggio tutto pallido e biondo e triste e altero. Però sul tuo passaggio castellane, baroni e giovinetti
sorridendo dirian: “Dolce straniero cui fan guerra gli affetti, e il lungo peplo del poeta ammanta, fermati, e canta!”.
Se fosse nostro, Arrigo, il secol bello della fervida fede e dell'amore, pensa ch'io sarei forse un fraticello di tavole e di dogmi indagatore,
e che vivrei contento scordando l'ora e contemplando il poi! Però del mio convento tu verresti a fermar spesso alle grate
il più tranquillo dei morelli tuoi, e, per le vaghe arcate, mediteremmo insiem messale ed arpa, cilizio e ciarpa.
Inganniamo il destino! in una queta stanzuccia di villaggio ecco la cella, cella di solitario e di poeta! — Da qui, fra l'oro delle bionde anella,
rivedo chine le tue gote smorte sul pianoforte. Leggi ancora Marcello ogni mattino? Io vo a spasso col vescovo Turpino:
è un vecchio strano e pazzo che mi parla in latino. Gli fan codazzo torri di foco e sibilanti draghi
e fantasimi e maghi, e paladini e fate innamorate. Sulla sua mitra poi, spesso, pian piano,
compare un nano. E il bel mar degli azzurri e delle calme si popola di chiostri e di romiti, ed ecco Abido e il suo serto di palme,
e il tempio di Memnone, e i monoliti, e lontan, per le sabbie e fra gli abissi, i crocefissi! Oh! pallidezze, aureole, visioni,
amicizie coll'aquile e i leoni, o colloquii con Dio, o lotte, o tentazioni, o visi smunti in mezzo a pergamene
e cantilene; o intenti, al suon dei bronzi e dei flagelli, penne e pennelli!... Per gli occhi tristi della donna mia,
per l'amicizia degli amici buoni, per l'allegrezza e la malinconia, e per l'affetto delle mie canzoni io dico e giuro
che nel mondo ho vissuto un'altra volta! E fu in quel tempo oscuro, e credetti e pregai — forse in delirio — come i bimbi e le vergini che han colta
la palma del martirio!... Un soffio, ahimè! dell'anima d'allora m'agita ancora... M'agita ancora una pietà profonda,
e, dal cinico ingegno al cor devoto, il desiderio dell'Iddio m'innonda!... Ma l'Iddio del mio tempo è il Nume ignoto, ma sull'altare
ride l'augure ancora e il sofo piange! Arrigo, odo cantare l'organo della chiesa... — è dì di festa — l'armonia che al mio tavolo si frange
mi conturba la testa... Non ti dissi che vivo in una cella?... — Musa, favella!
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