Spesso una voce incognita mi dice: o giovinetto, perché dolente hai l'anima, e pallido l'aspetto?
Di desiderii inutili, oh, non ascolta il grido; l'aura che vien dagli uomini, amico, è un verbo infido!
L'aura che vien dagli uomini, dice l'amica voce, ti segnerà benevola di canizie precoce;
tienti i tuoi canti, o giovine, vivi nel lieto oblio; non valgon templi olimpici un tugurio natio.
A te divine musiche cantano i tuoi vent'anni, rose educâr le lagrime dei primi disinganni;
del bisogno la maglia non ti comprime il cuore, che eterna, puro e vergine, l'inno del primo amore.
Ah! chiudi le domestiche pareti, o giovinetto: sul nido tuo non aliti l'aura del mondo infetto,
bevi in pace e in silenzio al tuo nappo dorato; là fuor de' tuoi carnefici Echeggia l'ululato!
Bevi al tuo nappo e i cantici svolgi che il ciel ti spira, ma sia sommesso ed umile il suon della tua lira,
nessun s'arresti a coglierne le note alle tue soglie: presto si muor la mammola se al margin suo si toglie.
Guarda la folla, o giovine! È una stoltezza o un fallo là, fra i curvi che incensano l'ara del dio metallo,
ogni altro culto; e copresi di sogghigni immortali chi, col fango battendosi, tenta di metter l'ali.
Come il selvaggio, indocile del prete alle parole, del suo Cristo beffavasi e gli additava il Sole,
così, se canti i palpiti di un'alma ardente o stanca, costor dinnanzi spièganti un biglietto di banca!
Bevi al tuo nappo, e i cantici svolgi che il ciel ti spira, ma sia sommesso ed umile il suon della tua lira;
nessun s'arresti a coglierne le note alle tue soglie; presto si muor la mammola se al margin suo si toglie.
Queste son ciarle arcadiche, larve di capo astratto, e il libro mio testifichi ch'io non ci credo affatto:
schiusi la porta: e agli uomini, girovago cantore, vengo a tentar di scuotere l'eco assopita in cuore.
Forse i vent'anni ingannano, e la voce ha ragione: ma infin, pensare e scrivere è una cattiva azione?
Nemico all'ozio ignobile, dell'arte innamorato, perché, campione inutile, lascerò lo steccato?
Della prima battaglia è il giorno! io mi ci affido... ma i versi miei svolazzano deboli ancor dal nido;
incensi e allòr non vogliono, sol temono le spine... dateci un fiore, è lauro che ben s'acconcia al crine!
Al solitario e povero fanciul della Savoia, che nei caffè le veglie dei cittadini annoia,
se alcun, pietoso, un'arida lode gli versa in core, che avvivi il ritmo flebile di una stilla d'amore;
scintillar vedi i timidi occhi del poverino, e dimenar più rapido l'arco del suo violino;
la fame allor dimentica, oblia la lontananza, e nel petto gli cantano la fede e la speranza!
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