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1839–1875

OLIMPIO

Emilio Praga

Un giorno che piovea dirottamente, (era il pallido ottobre), e i valligiani del mondo si perdean dentro la mota, un giovinetto, amico mio, bizzarro

gobbo, dagli occhi stranamente neri, questi versi cantò sotto l'ombrello: — O padre eterno, se hai tempo da perdere e se non dormi nei placidi cieli,

tu che ogni giorno alla turba ti sveli, padre, una volta, una sola, a me svèlati! Deh mi esaudisci e mi dona, o Signore, un po' di lusso, di calma e di amore!

Voglio un giardino ove i cedri coi salici fingan le valli dell'Etna e del Rosa; dove il colibri, tra i fior di mimosa, canti in famiglia col gufo e la rondine;

dove, coperto di un'ellera eterna, mi sembri un chiosco la casa materna. Voglio una donna cui tutte somiglino le cento donne a vent'anni sognate;

voglio una donna di tempre infocate, che sia la santa, che sia la Proserpina, e vinca in arte di teneri ludi quante hai lassù schiere d'angioli nudi!

Dammi la calma, la calma degli angeli quando han cenato e che in cerchio fumando, dentro le piume dell'ali soffiando globi di ambrosia da pipe di zucchero,

dicon fra lor: “Siamo un capolavoro!”. Deh fa' che tale io mi creda con loro! Oh schiudi, schiudi il celeste deposito dei puri olezzi, dei raggi serbati

ai fiori e agli astri che ancor non son nati! Sol io non valgo una viola, una lucciola? Via! mi esaudisci e mi dona, o Signore, un po' di lusso, di calma e di amore! —

Così cantava Olimpio, il gobbo strano. E la pioggia cadea, colla beata quiete degli immortali, in un monotono metro rimando sulle fronde e i ciottoli

l'Iliade delle gocciole. — L'ombrello di Olimpio segna sulle bianche nubi un semicerchio che sembra la porta di una lontana galleria nel cielo,

buia come un mister. Sono allagate le vecchie casse dei poveri morti, sono allagati i giovinetti nidi degli usignuoli; un passeggier non scorgi,

per quanto è vasta la pianura. — I carri dei contadini sotto i porticati se ne stan colle braccia in su rivolte come turchi preganti; i focolari

prestano un lume intermittente e pallido alle finestre, e il genio campagnuolo sembra da quelle osservar tristamente la rovina dei fiori. — E Olimpio canta:

— I miei giorni in un sogno dileguano; son gia' lungi, ben lungi i più belli! Come un volo — di uccelli — che emigrano e che solo — precipita in mar.

Li ricorda? sa forse l'Oceano se le piume avean d'oro lucenti, se eran belli — i concenti — di lagrime degli uccelli — che ha visti annegar?

I miei giorni in un sogno dileguano!... Presto un gobbo di meno avrà il mondo; e in un buco — profondo — ma piccolo qualche bruco — la terra di più!

O natura, se nascono i salici dalle salme dei gobbi, ah perdio! così torci — tu il mio — che mi veggano rane e sorci — guardando all'insù...

Mi ameranno: il tranquillo rigagnolo spargerò d'ombre tremule e fresche; degli amici — alle tresche — di foglie cantatrici — un idillio farò.

Chi sa! forse l'amore oltre il tumulo ai mutati viventi non falla: qualche errante — farfalla — può nascere qualche amante — che il gobbo sognò! —

Così cantava Olimpio il gobbo strano: E intanto i ceruli monti lontani scotean la nebbia

dai dorsi immani, e un rezzo tiepido giunto — in quel punto sapendo niente — dall'Oriente,

dalle piramidi, dai templi eccelsi, scotea fra i gelsi, modestamente,

l'ultime gocciole che, lente lente, cadean sui prati, simili a lagrime

d'occhi — malati. Fiocchi — di lana parean le nuvole, e una campana

lontana — al dubbio del viatore dicea: tre ore. “Veh, un gobbetto! Oh il bel gobbetto!”

Dal più folto di un boschetto questo grido a un tratto uscì. E il gobbetto, il bel gobbetto, cessò il canto e impallidì.

“Oh per Bacco! dentro il sacco porti un putto, porti un pacco, o una tromba da suonar? Oh per Bacco! giù quel sacco,

lo vogliamo esaminar!”. Ed ecco dal folto compare un bel volto, e un altro lo segue, da un'iride avvolto di lunghi capelli che sembrano d'or:

son due giovinette che usciron dal folto, soffuse le guancie di vago rossor. Han fior sulla vesta, han fior sulla testa, li han forse cosparsi per irne a una festa?

Van forse a un altare per farsi adorar? Han fior sulla testa, han fior sulla vesta, e il povero Olimpio sta muto a guardar. “Belle dame — dice poi —

i tesor del sacco mio se volete esaminar, le padrone siete voi; ma lasciate ch'io v'osservi

che son ossa e che son nervi che vi occorre di slacciar. Con quegli occhi celestiali, con quel labbro, con quel crine,

con quel seno ammaliator, so che molti e molti mali si pon fare, e esperte siete, ché già punto entrambe avete

questo povero mio cor. Ma però se occulte piaghe, se dolor lenza lamenti non vi basta di crear;

né il pensier vi rende paghe che ridendo assassinate, e che sempre, ove passate, resta un'anima a pregar;

che, di notte, a voi pensando, chi vi ha viste alla mattina ha l'inferno al capezzal; e, alla coltrice parlando,

può giocarsi il posto in cielo, e infelice e bieco e anelo, come l'angelo del mal, risvegliarsi il giorno dopo

pien di affanno e di memorie qual chi riede da lontan; se non bastano allo scopo per cui Dio vi ha poste in terra

queste vittime di guerra già cadute o che cadran; se il piacer già in voi ne langue, e vi punge il desiderio

di più pratici martir; ecco il cuore ed ecco il sangue di un gobbetto innamorato... Il mio sacco è preparato,

non vi resta che a ferir!”. Le giovinette risero, e dissero fra lor: “Questo gobbetto è lepido

in parola d'onor!”. E volte a lui: “Sei piccolo, però ne sai di belle; a raccontar storielle

dinne, chi t'insegnò?”. “Nessun, mie donne amabili: ho imparato da me; oh il sacco delle bubbole

por ve lo posso ai piè”. “Deh, se ne sai, raccontane!”. “Come vi garberà”. “Vieni in giardin: la vecchia

addormentata è già”. Splendea la luna e al raggio umido di rugiada, per la fiorita strada

la comitiva entrò. Ombrìe bizzarre Olimpio spargea col suo gobbetto, e le due donne stretto

se lo tenean fra lor. Al vago lume un timido gnomo il poeta par... “Delle storielle il titolo

prima di cominciar?”. E il gobbetto inchinandosi: “Corbellerie stupende! Saran Fiabe e Leggende

di spiriti e d'amor!”.

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