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1839–1875

NOTTE DI CARNEVALE

Emilio Praga

È notte: azzurro il ciel, tonda la luna che disegna sul lastrico i ritratti dei comignoli; dormono i tranquilli umani, e i gatti per le note gronde

sospirano d'amor come i poeti dell'Arcadia; le orchestre nei teatri fremono melodie, travolgon balli, e delle donne, come cigni bianche,

dai palchetti la mostra è generosa. Qui, sulle piazze il carneval sonnecchia, e tranne il rombo di qualche carretto che si perde nei vicoli lontani,

tutto è quiete... Ma un canto ecco s'innalza, e un uomo, al muro brancicando, arriva. “Chi è, chi non è?

Oh povero me!... Il prete lo giura, ma nulla io ne so: chi dice di sì, chi dice di no...

Gli è il coro dei matti che Adamo intonò! Eppure costì finiscono i dì: andrem nella luna,

negli astri, o nel sol? Non so, ma però mi esercito al vol, ché il vino le aluccie prestarmi può sol. Ma vedi lassù...

Che avvenne, che fu? Oh domine!... un gatto che coda non ha! È un vecchio; io lo so: la gelida età

con furti siffatti burlando ci va. Oh gatto gentil... ti sono simìl! Che mai non perdetti

da quando fioccò? I figli morîr, la moglie spirò... Ma, basta!... io non dico, non dico di no!”. Povero vecchierello! bevi, bevi,

ché il vin ti accende un lumicin di fede!... Se il confessor così ti sente e vede d'ora in poi dall'altar ti caccia via, e ti manda a buscarti i sacramenti

all'osteria. Ma or rincasa; gelato è il primo albore; torna, torna ubbriaco al mesto tetto che orbò la morte d'ogni tuo diletto;

alzerà il vino un lembo al velo bruno, rivedrai, brancolando, i tuoi parenti, ad uno ad uno. “Chi sei tu? — Non ricordo... — E il domicilio?...

— Sulla terra! — Ma dove? — È il mio segreto! E di seguirmi vi faccio divieto; or sulla terra, e presto sotto terra, e presto in cielo... me lo ha detto il vino,

e il vin non erra!”. Vattene a casa... arrivano i monelli, la tua canizie burlata non sia; dimmi, tua moglie la era saggia e pia?

Quante volte avrà pianto al tuo ritorno. Per la memoria sua la brutta scena non vegga il giorno. Si terse una lagrima — poi disse: “O signore,

di tenero cuore — la mamma vi fe'! Ebben, tante grazie — lasciatemi andare, io voglio ammazzare — la fame con me. Quei soldi eran gli ultimi — ed or son bevuti;

accetti i saluti — lasciatemi andar. Quel bruto d'orefice... — sei lire... un anello!... sì grosso, sì bello... — mi volle rubar. L'anel della moglie — mio dolce signore,

un dono del core — che più non vedrò!... Venduti son gli abiti — del povero Tonio... la larva di un conio — più in tasca non ho. Sa lei chi era Tonio? — mio figlio! un bel bruno!

Lavoro e digiuno — l'han fatto morir. Gli ostieri, sa domine? — son tutti testardi... “Eh vecchio! gli è tardi — bisogna partir”. Partire! ma... e l'anima? — sù, lei... che ne dice?

Di un vecchio infelice — la morte cos'è? Ha fatto i suoi studii? — ebben, che ha imparato? Se Cristo ha burlato — oh povero me!”. Partì brancolando. Nel ciel porporino

le pallide stelle svanivano già, e desta al sussurro di un gaio mattino dal sonno sorgeva la immensa città. Le mani affilate, la faccia barbuta

del povero vecchio biancheggiano al sol... Ma il vecchio la luce del dì non saluta, e brontola: “Intanto mi esercito al vol!”.

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