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1839–1875

MONASTERIUM

Emilio Praga

Quando il mesto tramonto empie di lunghe striscie d'oro il cielo e la campagna di confusi suoni; quando la danza del leggiadro stelo,

sommessamente, dice di aprirsi al fiorellin notturno, e la lucciola sente, al burrichìo dell'invido insettume,

che la notte fedel le accese il lume; quando buccie e bulbilli, intemerato popolo di ebrei, stan la manna a aspettar della rugiada,

sotto le branche degli scarabei, sbadigliando; quando gracchian le rane i paludosi epitalamii, e quando

sembra, se volto in su l'irta mascella, la punta del mio sigaro una stella; quando gli archi lombardi del monastero, con un'aria pia,

par che guatin l'azzurro, occhiaie smorte e della luna la fisonomia; quando alle soglie, che il voto sigillò come una bara,

del sagrestan la moglie più non viene, cantando, a porre al sole delle bambine sue le camiciuole; io, reprobo poeta

di messale sdegnoso e d'ostensorio, vagando nelle flebili campagne, passo talor vicino al parlatorio della clausura:

“Salve, se vieni in nome del Signore!” dice una pietra oscura, e lambe un lumicin, dietro la grata, quella gran croce che vi sta piantata.

Una croce di legno con un pallido, magro e lungo Cristo pinto ad olio da un monaco spagnuolo di cui l'ossame nel mortorio ho visto:

il Redentore pianger di venti secoli ti sembra la stanchezza e il dolore, e insanguinar sul fianco macilento

le ragnatele che vi scuote il vento. Ed io siedo a un gradino ove devoti innumeri han pregato, ove ginocchia che or son fango o fiori

una traccia comune hanno lasciato; siedo, e veggo sfilarmi davanti ad uno ad uno i pellegrini che sembrano additarmi

fra loro, e dirsi: oh vedi un giovinetto che guarda il Cristo, e non si batte il petto! Poi ripigliano il volo colle rigide braccia al cielo alzate,

e i teschi aguzzi che nell'aria scura fingono un bosco di piante sfrondate; essi volano via, ma, dai profondi tumuli del chiostro,

cui più nessun non spia, escono, forse a bever raggi e venti, le melodìe dei postumi lamenti. A bever venti e raggi,

o ad inseguir nel nebuloso corso quei fantasmi nemici al giovinetto perché non piega a un monastero il dorso; inseguirli, e cantare:

— Quando voi venivate a quel gradino, in ginocchio, a pregare pei vostri figli e per le vostre spose, noi morivam dietro le grate esose.

Oh frescura notturna! A respirarla uscitene, fanciulle. Le morte son sepolte, e uscir non ponno; per le alcove nasceste e per le culle,

giovinettine uscite, ché lo Sposo del ciel non giunge mai!... Le son fiabe ordite dalle badesse, perché mai nessuna

si rompa il capo alla muraglia bruna! — Così parla il silenzio al mio pensiero. E colle scarne mani scuoto la sbarra, e invoco il Cristo, e vedo

ch'egli si allunga in torcimenti immani sul legno che l'abbranca, e sbuffa, e geme, per toccar la terra... Ma l'orizzonte imbianca,

e mi caccia pel gelido cammino la campana che suona a mattutino.

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