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1839–1875

MARZO

Emilio Praga

Sull'infanzia dei germi e delle fronde il marzo sbuffa; alle ospitali gronde, alle tiepide tane fa ogni sbuffo assassino

delle speranze dell'april bottino, e alle rive lontane caccia un popol di morti e di feriti. Son sibili e garriti

e fischiate fesse: fin le tegole anch'esse, forse per l'abitudine dei nidi, si credon rondinelle e volan via.

Fra le spighe gli steli e gli arboretti è un lottar di equilibrio e di scambietti per non schiantarsi, agli schiaffi potenti opponendo gli inchini e i complimenti.

E una lepida quercia a una rugosa sua vicina dicea: “Monna Ghiandosa, rammentate il seicento? Fu in maggio, se non erro,

di quell'annata, la maggior tempesta. Un mio ganzo, un bel cerro, asfissiato morì nel turbinìo, e noi, bontà di Dio!

siam vive e sane, e brille toccheremo il duemille!”. E che pensava il fiorellin divelto udendo il cicalìo della vegliarda?

Egli che all'alba ancor non era nato morir canuto a sera avea sperato... nel fango invece a mezzodì giacea, e dolorando l'anima rendea.

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