Sull'infanzia dei germi e delle fronde
il marzo sbuffa; alle ospitali gronde,
alle tiepide tane
fa ogni sbuffo assassino
delle speranze dell'april bottino,
e alle rive lontane
caccia un popol di morti e di feriti.
Son sibili e garriti
e fischiate fesse:
fin le tegole anch'esse,
forse per l'abitudine dei nidi,
si credon rondinelle e volan via.
Fra le spighe gli steli e gli arboretti
è un lottar di equilibrio e di scambietti
per non schiantarsi, agli schiaffi potenti
opponendo gli inchini e i complimenti.
E una lepida quercia a una rugosa
sua vicina dicea: “Monna Ghiandosa,
rammentate il seicento?
Fu in maggio, se non erro,
di quell'annata, la maggior tempesta.
Un mio ganzo, un bel cerro,
asfissiato morì nel turbinìo,
e noi, bontà di Dio!
siam vive e sane, e brille
toccheremo il duemille!”.
E che pensava il fiorellin divelto
udendo il cicalìo della vegliarda?
Egli che all'alba ancor non era nato
morir canuto a sera avea sperato...
nel fango invece a mezzodì giacea,
e dolorando l'anima rendea.