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1839–1875

LA MUSA

Emilio Praga

Fuggi, fuggi, o poeta, all'armonia dell'organo ululante! Ciò che sposa al tuo cor la fantasia è la presenza mia,

è il mio vergine amore, è il mio sorriso. Fuggi; l'incenso dall'altar si svia e già per l'aria giungono canti di preti e odor di sagrestia.

Seguimi, amico, sulla gaia spiaggia dove vola l'alcione e dove nuota l'anitra selvaggia: da qui l'anima viaggia,

da qui si libra alla bella regione ov'oggi il canto è volto, senza la prosa del rossor sul volto. La prima chiesa fu il deserto immenso!

E il sacro mare ove beveva il sole, e i fiumi sacri dove bevea la luna!... Il mio peplo di viole

trema alle tue parole come a pensier di patria abbandonata. O poeta, son lungi incenso e stole; qui le vetuste imagini

tornan serene, immacolate e sole! E i fiumi sacri ove bevea la luna! Spesso il pastor caldeo richiedendo le stelle ad una ad una

della errante fortuna, stupito udìa cantar canto giudeo le palme montanine; e delle greggie le bianche indovine,

alzando il muso, socchiudean le ciglia. >Era il mio canto! Per le sacre grotte tu erravi allora, o vergine, baciando

egizie labbra; ed eri tu che a notte squarciavi il velo vaporoso e blando e squarciavi la creta, e l'uom vedeva il paradiso!

Tu dei baci del Cristo umida ancora, o più gentil delle sue cento amanti, tu inebriata della grande aurora, tu che portavi sull'ali vaganti

alle figlie d'Adamo e ai figli d'Eva il nuovo avviso! Ma le corde del tuo pletro di Tebe, del tuo pletro glorioso ancor vibrante

d'Ustica lieta sulle verdi glebe l'ultime lodi a Creta e ad Alicante, o Musa, il giorno che mutasti fede, di', non piangesti?

Dal buio Olimpo volando al Calvario pieno di raggi, non pensavi, o amica, lo smisurato, pallido sudario che discendeva sulla corte antica

dei vecchi numi, fra le spente tede, e i fior calpesti? Piansi l'uom che tessuto l'avea per vicende di noie immortali,

piansi l'uomo che gli idoli crea, poi, deluso, ne sfronda l'allor. Oh! la fé che guidavami l'ali sul cammino del mio Nazareno,

quando, alzando il bel volto sereno, predicava fra i pargoli e i fior! Quando il sofo dei greci papiri, quando il mago dei miti di Belo,

anelante di arcani deliri, vanitoso di occulte virtù, come stelo che aggiungasi a stelo, fra i vegliardi e le donne invaghite,

prosternava le tempie abbronzite sulle vie della vaga tribù!... Oh! l'amor che guidavami allora non vedea questo orrendo avvenire,

non temeva di piangere ancora sul tramonto di un ultimo dì! Non temea di vederlo morire più oltraggiato, più mesto che in croce,

non vedeva la sfinge feroce che sull'ara lo spense così! O Musa, per le tue guancie di rosa scorre una lagrima!...

Lagrima ardente, lagrima sdegnosa, io ti conosco: tu sei quella dell'ira e dell'orgoglio e sai di tosco!...

Tergila, o Musa, il tuo sorriso io voglio, ascolta il cantico!

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