Era in legno di cedro all'Asia tolto, e in porpora di Tiro e in vaghe piume di colibri avvolto. Le gemme, a mille e mille,
quelle dei glauchi oceani, quelle cui veglian, nelle grotte buie, gli Incubi, iddii dalle pupille fuie, la cospergean di innumeri scintille.
Rosseggiava il rubino, come attraverso al sole opimio vino; parea ruscello immobile il zaffiro, e lo smeraldo egizian splendea
del color che, a ciel fosco, ha la marea. Ma il topazio, l'elettrica gemma all'oro rivale, quella che svia dai cori
la tristezza fatale, l'altre tutte vincea co' suoi splendori. E sola era bandita dalla basterna d'ogni onor vestita
l'amatista pudica, dei folli sogni e dell'oblio nemica. Non olezzò di ambrosia delle Pimplee la chioma,
sul fonte di Ippocrene, come, con mossa or vorticosa or lene, quel cocchio, in mezzo ai propilei di Roma, e notte e dì vagante.
Era mirra, era nardo?... al suo passaggio, ai giovinetti dalla toga bianca salìa pei nervi un fremito, e pensavano ai bagni ove Euliade
e Lidia e Pirra altra non portan tunica che il crin disciolto sulle bianche spalle. Quattro chiomati Etìopi la sorreggono, e par, tanto han negli occhi
splendor misterioso, che, di là dentro, il sol voluttuoso li irraggi della lor terra natìa. Però, scenda del Tevere alla valle,
o salga al Campidoglio, o dai quadrivii del suburbio sbocchi, la folla, senator, consoli, schiavi, liberti e sacerdoti,
si fanno immoti. E fosse anche il pontefice di Giove, errante nella sua sedia di avorio, umilmente si inchina — e si prosterna..
È il cocchio imperatorio — è la basterna di Messalina!
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