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1839–1875

IL TEMPIO ROMANO

Emilio Praga

Ecco una landa solitaria e bella come la speme di un morente. — Il cielo è di un vivido azzurro e senza velo; contadina che spigoli sul prato,

né carro appar nel piano interminato; solo un tempio romano, ove facella più di vestal da secoli non splende, e ai sacrifici l'augure non scende,

innalza torvo su un letto d'ortiche le sue colonne antiche. — Le falangi dei Cimbri incatenati qui passâr, dalle invitte alme imprecando

ai ferri e alla fatal legge del brando; qui pregâr forse gli ultimi tribuni, dalla vendetta dei barbari immuni, tra l'arse insegne e i figli insanguinati,

i dolci lari — quando fiori al crine degli amanti ponean donne latine, e barcollava in mezzo all'orgie doma la vetustà di Roma.

Or sulle basi e i capitelli immani, e fra i deserti portici e le ogive, l'edera stese le braccia, lascive come le spose di Nerone: l'ali

del tempo e dell'oblio nei penetrali infranser l'are dei possenti Mani, e troveresti in mezzo ai sassi, a caso frugando, forse di un olimpio il naso,

che greco artista sculse e dei circensi fiutò votivi incensi... Ma al tempio il danno e il nostro oblio che importa? Gli idoli infranti, e fu l'oro rapito:

pur non svanì la santità del sito; la beltà che dan gli anni alle rovine, come raggio di un martire sul crine, siede grande e severa alla sua porta,

e par che gridi fuor dagli archi neri, se ne destano l'eco i passeggieri: lunge, lunge dai ruderi romani o progenie di nani!

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