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1839–1875

IL PROFESSORE DI GRECO

Emilio Praga

Il lungo e magro professor di greco, che quasi odiar mi fece il divo Omero, fu stamane a vedermi al mio studietto. La tavolozza mia si tinse a nero,

e io lasciando i pennelli con dispetto il guatai torvo e bieco. Ché all'entrar suo mi rientrò nel core tutta la noia dei passati inciampi,

quando fanciullo pallido e sparuto alle dolci anelavo aure dei campi, e avrei pei gioghi del Sempion venduto e Troia e il suo cantore.

Ma poi ch'io vidi l'uom, già in uggia tanto, incanutito e sofferente e stanco, l'antica bile mi fuggì dal petto, e fissai mestamente il suo crin bianco;

egli abbracciommi coll'usato affetto e mi sedette accanto. Poi mi narrò de' suoi lunghi malanni e delle pene della famigliuola;

sentirsi affranto e avvelenato ormai dall'afa sempre uguale della scuola, che fin gli toglie il ricrearsi ai rai del sole agli ultimi anni.

Indi guardando con occhio d'amore la stanza piena di festa e di luce, e le sparse mie tele e gli abbozzetti, da cui la lieta fantasia traluce,

parea, che desto ai primi ardenti affetti, chiusi non morti in core, volesse dirmi: — Oh quanti nuovi lidi, quanta stesa di cieli e di marine,

tu vedesti, e pur giovane sei tanto! Ed io?... dei grami dì già presso al fine che mai conosco di sì vago incanto? Nulla, mai nulla io vidi!

Talor fra l'aure aperte e la verzura la mia stanca vecchiezza si riposa, quand'esco coi figliuoli alla campagna; ma quell'ora di pace, ahi come vola!

Qual tristezza maggior non m'accompagna poi fra le chiuse mura! — Povero vecchio! — ed io fui crudo tanto da attristargli la già misera vita?...

Sù, versi miei, seguitelo per via, ditegli voi, che col greco è svanita ogni rancura, e che quand'egli uscia dalla mia stanza — ho pianto!

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