Il bambin che cantai nelle canzoni che son piaciute ai buoni, è malato, e, tuttor, nel contemplarlo, nell'indagar sulle sue guancie smorte
se al suicidio mi ha dannato Iddio, errarmi intorno mi parea sentire l'alito della morte. O mia ricchezza unica, o bimbo mio,
lo sai tu chi son io? Sono il povero armadio e sono il tarlo, sono il martel spietato e il debil muro, e in questa vita da cui vuoi fuggire,
è da gran tempo che a sarcasmi immani, esterrefatto, induro. Eppur se il sole che verrà domani dalle bianche cortine
sul letticciuolo, troverà un sorriso men scolorito sotto il biondo crine, e per gli effluvii del tuo dolce viso io potrò ancora credere e sperare
di valer qualche cosa; o mio bambino, unica mia dolcezza, o mio giglio, o mimosa, qui chiamato da un attimo di ebrezza
per esser schiavo a un secolo di noia, mi farò ancor cattolico, e all'altare ricercherò di quando ero io pur bimbo lo sgomento e la gioia.
Mi inchinerò dei serafini al nimbo sulla madonna chino, e ginocchioni e con giunte le mani!... E dalle pinte finestre i bei santi
mi ridiranno ancor le avemarie, e svaniran l'ombre del tuo destino nelle fulgenze mie! Bimbo, non tossir più! Son tanti e tanti
gli orror di questa vita!... Perché farmi tremar come un pusillo? Dormi, guarisci, la coltre è pulita, tepida è l'aura e tutto è pace intorno...
Sai che per te vo' comperar domani un famoso gingillo! Non so se oggi lo vidi, o un altro giorno: rappresenta un pastore
che accarezza una pecora, e dagli occhi par che la gioia di averla trabocchi... Non infrangerlo sai, quel dono mio! Del pastor che avverrebbe, o santo Iddio,
se la pecora muore?
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