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1839–1875

I SUPERSTITI

Emilio Praga

Una mesta mi additarono giovinetta a brun vestita, e mi dissero: È la Rita che ha perduto il genitor!

Pochi mesi sorvolarono, la rividi in una festa: avea candida la vesta e danzava in mezzo ai fior!

Vidi al corso un cocchio splendido: son gli eredi di un marchese, che di qui, non corse un mese, dentro il feretro passò!

Una sposa mi mostrarono più di ogni altra seducente, e allo sposo sorridente qual chi molto e a lungo amò...

Così bella, così giovane, chiusi gli occhi a un altro avea: or le fila ritessea dell'amor che sepellì!

Sì, fra i canti dell'esequie, scorron lagrime dirotte, ma, asciugate in una notte, son sorrisi al nuovo dì!

Sù, coraggio, o musa pallida, vieni meco al cimitero; ve' di croci il campo è nero, e siam soli in mezzo a lor!

Ma non val sospiro o lagrima quest'oblio dei visitanti: siamo tutti commedianti, commediante è il tuo cantor!

Spesso i giorni dei superstiti son da un feretro abbelliti, dei nepoti agli appetiti desco è spesso un freddo avel;

se qui pria giunge la figlia presto il padre si consola, che davanti a un'altra stola potrà dare un altro anel;

più il riccone invecchia e al parroco sospirar fa i bruni arredi, più la rabbia degli eredi gli conforta i vecchi dì.

Se... ma tremi o musa? debole, tanto inver non ti credeva; che? tu pur se' figlia d'Eva, e tu lagrimi così?

Oh all'inferno e pianti e tumuli! Ritorniamo a porta Renza, là è l'altar dell'apparenza tutto è festa, e buon umor!

E stassera, o mesta vergine, noi stassera, danzeremo, e nel vino affogheremo le mie ciancie e il tuo dolor!

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