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1839–1875

EGLOGA

Emilio Praga

Come, come restar fra queste mura quando sapete che son fioriti il monte e la pianura, e conoscete,

conoscete le valli e le pendici e le placide sponde delle profonde — gioie albergatrici? Come restare? Abbacchiano le noci

sulle montagne; già dei fanciulli le garrule voci, fra le castagne, empiono i rami a cui cascan le fronde,

e i nidi abbandonati son circondati — di testine bionde. La casicciuola e la castalderia colman la botte;

dà il giovin vino alla malinconia la buona notte; e lune e falchi e santi e chiavi d'oro già, sulle insegne oscure,

di ripinture — parlano fra loro. Come, come restar fra questi avelli che chiaman stanze? Copron di versi i lirici tinelli

le lontananze: oh miei curati nelle vigne erranti col tondo viso in foco e il parlar roco — delle dee baccanti!

Oh le donne, oh le chiacchiere del prato! Che laconismo! Nessun ti chiede, là, se sei soldato del realismo,

e nessuno s'impenna e fa gli occhioni se vengono a sapere che odii il mestiere — d'imitar Manzoni. E vi son certe strade in Valtellina

cui far l'amore, meglio che al muso e alla carta velina di un editore: conoscete il Legnone, o miei messeri?

Là vivi i fiori stanno che qui vi danno — in polvere i droghieri. Oh tre ne voglio de' miei vecchi amici dal pazzo umore!

Di quelli che son lieti od infelici secondo l'ore, che non parlan di moda e di cambiale, ma in nuovi cieli immersi

fischiano i versi — in cattedra e in piviale! Tre di costor che fanno il gaio viso alla baldoria, e a cui l'arte congiunge in un sorriso

Golgota e gloria; tre di costoro per salir sui monti ove l'Eterno addita ch'è infinita — la via degli orizzonti!

E beverem, col capo all'ombra fresca di qualche faggio, all'avvenir che i giovinetti adesca, anch'esso in viaggio:

quando il ranume udrà queste parole, riderem, se si adombra, col capo all'ombra — e colle gambe al sole!

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