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1839–1875

ALL'OSTERIA

Emilio Praga

Son solo: il portico dell'osteria mi manda i cantici dell'allegria,

qui, dove mesto tra stranie mura, penso alla incerta e fosca età ventura. Quei che gavazzano

giù, fra i bicchieri, quelle son anime senza pensieri: esse non sognano

nell'avvenire che egual vicenda di volgar gioire. Sempre essi fiano servi, facchini,

o pizzicagnoli, fabbri, arrotini: arti tranquille, in cui perito

è l'uom che mai non si è tagliato un dito. Ed io? nel fervido volo degli anni, sconfitte immagino

e disinganni, dopo il divino premio, promesso quel dì che all'Arte ho dato il primo amplesso!

Oh come parvemi piana la via! Come la gloria poco restia,

e fida ancella del mio pensiero la man che tenta riprodurre il vero! Ma dall'immagine

che in me si cela, all'artificio che la rivela, perché un abisso

frapponsi, o Dio, e enigma è ancor per tutti il pensier mio? Perché, se l'anima nuota nel bello,

perché non transita nel mio pennello? Il fiume pieno straripa, vola,

e avrà saldo confin l'anima sola? Ma che! cominciano a bestemmiare?... Senti i propositi

dell'uom volgare, senti l'ingiurie, che rimbalzando già cedono al baston l'aspro comando!

Addio tripudio delle canzoni, si pensi a tergere le contusioni:

povere spose, voi che aspettate, per questa sera, via, v'addormentate!

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