Quando era colma l'anima
di affetti e di armonie,
ho prodigato al lastrico
le esuberanze mie;
e tracannai, beffandoli,
vini di insulse ebrezze,
e dispersi carezze
che ricordar non so.
Ma non mi infanghi il plauso
dell'ebete orgoglioso
che urtai, fra gonne e calici,
nel suo cammin famoso;
se nei caffè sbadiglia
d'arte, per noia e moda,
che il nome mio non s'oda,
o ch'ei lo insulti io vo'!
L'insulto e la calunnia,
sposati in un sorriso,
non turberan, scontrandola,
l'ironia del mio viso;
nell'orgia e nella nebbia
fui di un mio sogno in traccia,
né ho mai guardato in faccia
i corpi intorno a me.
Tu, biondo e malinconico
compagno di visioni,
cui palpitando mormoro
le torbide canzoni,
tu sai le mie battaglie,
le mie superbie sai,
e presto mi vedrai
venir ridendo a te;
e dirti: il ciuco e il ninnolo,
il masso e la beghina,
son scesi a conciliabolo,
una bella mattina,
e han giurata impossibile,
in nome del buon senso,
la cara arte ch'io penso
quella che pensi tu.
Arrigo, e alla materia
e all'azzurro ineggiando,
le sordità del prossimo
ritenterem, cantando,
forse profeti inutili,
ma lieti, in santa guerra,
gli aromi della terra,
gli effluvii di lassù!