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1839–1875

9

Emilio Praga

L'uscio tarlato e nero chiuse a doppia chiave, e al chiodo che pendeva da una sconnessa trave sorrise come al volto di una donna amorosa, o alle socchiuse foglie di un bottoncin di rosa.

Poi da un angolo trasse una corda sottile, milionesima parte d'una che in campanile dimagrò stiracchiata da un monaco scortese, ora saran tre secoli morto di mal francese.

L'attortigliò, la strinse, montò, l'avvinse al chiodo, e poi la smunta faccia, muto, cacciò nel nodo... Ma in quell'istante il sole ruppe una nube in alto, e un raggio immenso il mondo scese a baciar d'un salto.

Fu il cader di una maschera, cieca, stonata, abbietta, che discopra una pura faccia di giovinetta; tale il mondo sorrise e le faccie mortali, chine ai libri o alla mota, confitte ai capezzali,

dal pianto affaticato, o róse dalla noia, guardaron tutto in cielo e risero di gioia. L'uomo che si appiccava gettò la corda e, come chi, mentre altrove è assorto, sente chiamarsi a nome,

alla finestra corso, cacciò la testa fuori, tra due piccoli vasi di sitibondi fiori, e immobile restovvi. Di nubi accavallate scorrean cime o voragini, a trotto, a volo, a ondate,

e un passero, tranquillo sotto l'arrenda scena, lieto osservava i piccoli figli seduti a cena nel niduccio ravvolta alla vicina gronda; e, se avesse cantato il caso di Ildegonda,

di più soavi trilli non avrebbe guaito, tra i fumanti comignoli, la molle eco del sito.

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