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1839–1875

7

Emilio Praga

Il castello, immobil macchia, cosa informe e minacciosa, trafiggea co' suoi pinacoli l'ampia bruma nebulosa;

dalle gotiche — compagini piante esotiche — a cui garba por sui muri un po' di barba, scomponean lo stil corretto

di un pregievole architetto. E lontan, lontano, all'ultimo fil di cielo, un guizzo strano segnalava, incerto e rapido,

qualche nomade uragano. Le finestre illuminavansi, argentavansi — le mura; poi, nell'aria opaca e oscura,

riappariva ancor più tetro il castel, come uno spetro. Da sospir, da supplichevoli gridi invasi erano i campi;

forse arcane metamorfosi accadean sotto quei lampi... Larve pallide — sfuggevoli per le squallide — vallee

parean Strigi, o parean Dee; al mio piè, filando bava, una biscia strisciava. Le ninfe si arrovesciavano

come vergini tentate; un ronzìo d'ali invisibili le avea certo ridestate. Di languore, di bisbiglio,

di scompiglio — ebro, pagano, si coprìa l'immenso piano... Era un coro a voci uguali, e cantavano “Sponsali”.

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