Il castello, immobil macchia,
cosa informe e minacciosa,
trafiggea co' suoi pinacoli
l'ampia bruma nebulosa;
dalle gotiche — compagini
piante esotiche — a cui garba
por sui muri un po' di barba,
scomponean lo stil corretto
di un pregievole architetto.
E lontan, lontano, all'ultimo
fil di cielo, un guizzo strano
segnalava, incerto e rapido,
qualche nomade uragano.
Le finestre illuminavansi,
argentavansi — le mura;
poi, nell'aria opaca e oscura,
riappariva ancor più tetro
il castel, come uno spetro.
Da sospir, da supplichevoli
gridi invasi erano i campi;
forse arcane metamorfosi
accadean sotto quei lampi...
Larve pallide — sfuggevoli
per le squallide — vallee
parean Strigi, o parean Dee;
al mio piè, filando bava,
una biscia strisciava.
Le ninfe si arrovesciavano
come vergini tentate;
un ronzìo d'ali invisibili
le avea certo ridestate.
Di languore, di bisbiglio,
di scompiglio — ebro, pagano,
si coprìa l'immenso piano...
Era un coro a voci uguali,
e cantavano “Sponsali”.