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1839–1875

28

Emilio Praga

Quelle estreme parole non le ha don Diego intese? O credere non vuole che Dio possa far tanto per strappar dalle viscere di un uom l'ultimo pianto? Perché nell'atrio oscuro s'inoltra, e brancicando

per l'ingombro cammino colla punta del brando, al livido barlume dell'imminente aurora, attonito, atterrito, l'aula squallida esplora? Un'arcana potenza lo strascina; il suo passo

l'eco fievole sembra invitar; fra l'ammasso lutulento s'innalzano, come in sogno, figure che gli fan cenno, e sfumano. Egli vacilla, eppure retroceder non vuole: non può, forse! Repente

gli appare il Fauno. Orrore! Gli si schiara la mente, riconosce il palazzo dove Bella ha incontrato e chiesta al padre. È questo il portico incantato per cui passò, premendo il suo braccio di neve,

braccio di fata, ahi lasso! di una piuma men greve... Scorser due lustri appena, ed era l'ora istessa! Come splendean le faci! Con che fronte dimessa qual per pudore inconscio, accanto alla sfacciata

nudità di quel Fauno era colei passata!... Quel Fauno!... Ah! fuggi, fuggi, misero conte Alvaro! A sollevar le nubi del tuo passato amaro non sei solo qui dentro... fuggi... un mister qui regna...

di tremuli vapori l'aria fosca si impregna... par profumi l'ambrosia! Miracolo! Che avvenne? La leggenda s'arresta a un segreto solenne: come cadder dall'alto di San Marco sei ore,

il palazzo fu scosso da un immenso fragore.

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