Un grido acuto, lungo, angoscioso, la oscura
squarciò calma notturna. Di livida paura
ansimante, l'Ebreo, signor di quel palazzo
da cui la mia leggenda prese il suo folle andazzo,
si gettò dalle coltri e lanciossi al verone.
In quel punto una gondola costeggiava il portone.
E il grido non finiva: — Steno! Steno!... fratello! —
Ritti in fronte i capegli, allor l'Ebreo, zimbello
spesso dei sogni, vide uscir sulla scalea
uno spetro. La luna sul suo viso splendea
e splendea sulla gondola. Il remator gli porse
la man; la sua lo spetro atterrito ritorse.
(— Se lo spetro ha paura, gli è che l'altro è Satàno —
pensò l'Ebreo). Quand'ecco sull'acqua e non lontano
una face, e un sommesso vociar di gondolieri.
I due sotto il verone, fantasmi cupi e neri,
s'eran stretti a colloquio. A un tratto, quello uscito
dal palazzo, come abbia terribil cosa udito,
si slancia nella immobile gondola, afferra il remo
e, col ringhio di un veltro cui tocchi il colpo estremo,
la sospinge... È sparita.