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1839–1875

25

Emilio Praga

Un grido acuto, lungo, angoscioso, la oscura squarciò calma notturna. Di livida paura ansimante, l'Ebreo, signor di quel palazzo da cui la mia leggenda prese il suo folle andazzo,

si gettò dalle coltri e lanciossi al verone. In quel punto una gondola costeggiava il portone. E il grido non finiva: — Steno! Steno!... fratello! — Ritti in fronte i capegli, allor l'Ebreo, zimbello

spesso dei sogni, vide uscir sulla scalea uno spetro. La luna sul suo viso splendea e splendea sulla gondola. Il remator gli porse la man; la sua lo spetro atterrito ritorse.

(— Se lo spetro ha paura, gli è che l'altro è Satàno — pensò l'Ebreo). Quand'ecco sull'acqua e non lontano una face, e un sommesso vociar di gondolieri. I due sotto il verone, fantasmi cupi e neri,

s'eran stretti a colloquio. A un tratto, quello uscito dal palazzo, come abbia terribil cosa udito, si slancia nella immobile gondola, afferra il remo e, col ringhio di un veltro cui tocchi il colpo estremo,

la sospinge... È sparita.

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