Tutti abbiam nella vita
l'ora fatal che resta, come un negro stilita,
sul nostro capo, immobile, finché andiam sottoterra;
l'ora in cui l'uom s'accorge che la pugnata guerra,
le lagrime versate, le sciagure sofferte,
l'ostie fatte coi lembi del cuor, sull'are offerte
del suo triste cammino per questa scabra valle,
eran peso leggero alle sue scarne spalle,
eran foglie di rosa. Da quell'ora (deh! amici
di me non vi burlate perché siete felici!
Essa vi attende al varco, è il fato universale,
il lotto irrevocabile del sempiterno Male)
da quell'ora il suo sguardo è confitto alla mota,
e la tomba è vicina. Dimmi, pupilla immota,
qual fu per te?... Fu l'ora che conoscesti l'Eva,
e ti impietrì una vipera che un angelo pareva.
E qual per te, fanciulla languente come un'ava?
Fu l'ora in cui la povera tua madre agonizzava.
Qual per te, vecchio curvo come un tronco abbattuto?
L'ora che solo, attonito, coi mendichi caduto,
come in sogno fra i passi dei cittadini errante,
il primo obol sentisti nella mano tremante.
E per te, è questa, o Steno!