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1839–1875

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Emilio Praga

Era il buon tempo. Il Fauno, guardia del porticato, fu la più mesta vittima dello splendor passato; egli che nel marmoreo malinconico cuore una notte ricorda di gioia e di dolore,

in cui, fra il lieto stuolo per la soglia accorrente, una vaga fanciulla, pallida, sorridente, dal padre inosservata staccossi, che volgea parlando a un Mocenigo, su per l'ampia scalea,

e accanto al piedestallo fermossi, curiosa e tranquilla, a osservare la sua faccia rugosa. I begli occhi profondi, le nudità seguendo, di uno scultor di Rodi artifizio stupendo,

avean finito a spingere una mano affilata a palpargli le vertebre della schiena curvata... Mai, dopo i colpi arcani del divino scalpello, gli avea concesso il mondo un istante più bello...

L'angelo sparve. All'alba ripassò, ma un piumato cinquantenne patrizio le camminava allato, e, assorta nel colloquio, dimenticò la schiena tutta per lei di elettriche scintille ancor ripiena.

Povero Fauno! e in estasi, già da due lustri, aspetta che ripassi per l'atrio la bella giovinetta; ed ogni notte, quando batte a San Marco l'ora che la conobbe, ei freme sull'ampia base ancora,

dalle piante caprine fino all'irsuto mento, come uno stel di mammola che si dimena al vento; e intanto donna Bella, la fanciulla curiosa, di messer Diego Alvaro già da due lustri è sposa.

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