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1839–1875

12

Emilio Praga

Era un gaio cervello già di togate zucche nella dotta Bologna, e di dottori in fieri la gioia e la vergogna; gran rompitor di ciotole, gran maestro d'imbrogli,

Satana dei mariti e Messia delle mogli, gettando nell'azzurro degli inconsci trent'anni la fortuna di Rolla e il cor di Don Giovanni, vivea la vita come può viverla un uccello,

in aria, a caso, a voli dal fiore all'arboscello, immemore del prima, del dopo indifferente, pigro, annoiato, strano, volubile e innocente. Solea dir d'esser nato alla vita mondana

dall'abbraccio di un diavolo con una Dea pagana; però a far certo il prossimo d'essere un grande infame, lo credereste? a volte patito avea la fame per dar l'ultimo scudo a un cieco o a un saltimbanco...

Vivaddio! colle piume in testa e il ferro al fianco, in quel tempo di balde e facili avventure, di follie malinconiche e di allegre paure, vi giuro, o mie fanciulle, che, con vostro permesso,

diverso come or sono, stato sarei lo stesso! Ora tutto è svanito! e (perché nol direi?) i nostri dì son tetri senz'essere men rei; nel lenzuolo del Solito sepolta è l'avventura;

il bardo e il cavaliero davanti alla Questura in ginocchio han deposto il brando e il colascione; il motto erra sul lastrico del popolo padrone; tolto è all'oro il tripudio delle superbe offese,

tolta al vulgo la gloria delle balzane imprese; della Corte d'Assise Baiardo è un latitante, e Fanfulla è un evaso dal medico curante; si è sicuri e difesi, si è posati e dabbene,

parliam di colti allori e d'infrante catene, ma interrogate il cuore di tutti, ad uno ad uno, e troverete un viscere d'aria e d'amor digiuno!

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