Era un parco antico e squallido da molt'anni abbandonato; desolato come un campo di battaglia,
pien di nidi, e rami e zolle, come un colle — oriental. Querce ed olmi e abeti e frassini, in ferace abbracciamento,
sotto il vento, si movean come un sol albero; e alle nubi, augusta e folta, l'ampia volta — era guancial.
E, disotto, eran rigagnoli zampillanti in vaghi suoni pei burroni; e, con gesti da cadaveri,
tronchi fracidi riversi, e cospersi — d'alghe e fior. Eran templi d'erba e d'ellera, gallerie di clematiti,
foschi siti; trasparenze glauche ed umide, d'ombre tremule rabeschi, toni freschi — e toni d'or.
Compagnie di strani Fauni, su marmorei piedistalli, scabri e gialli, i sentier ne sorvegliavano,
e specchiavansi agli stagni; mentre i ragni — erranti ordir, fra quei menti aguzzi e lepidi, si vedean le argentee reti;
e, faceti, gli augelletti si posavano su quei pugni irsuti ed alti, a far salti — ed a garrir.
Ai meriggi, alto silenzio incumbea sulla riviera; se non era il cader di un frutto fracido
che facea, nell'acqua immota, una nota — e nulla più. I tramonti vi eran tragici; ombre orrende, incendii immani!
Draghi o nani somigliavano gli arbuscoli, e i grandi alberi giganti inneggianti — a Belzebù.
Il viator che, a notte, rapido presso il parco transitava, palpitava; si sentìa sul viso battere
come scosse l'aure dense da ali immense — di sparvier. Né fanciul di nidi in caccia, né pastor, né mendicante,
né brigante, né giammai di amanti coppia (tanti spetri vi eran corsi!) osò porsi — in quei sentier.
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