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1839–1875

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Emilio Praga

La stanzuccia di Steno stava accosciata in alto di un palazzo affittato da un ebreo di Rialto; palazzo in cui da secoli i topi son signori, e che allora un patrizio, roso dai creditori,

avea, dopo molto esitare, esitato, dicendo: va la casa, ma mi resta il casato. Però il dì della vendita l'aule antiche degli avi cigolando gemettero dalle tarlate travi:

gemettero d'angoscia, giacché una legge arcana affratella le cose alla famiglia umana. Si ricordano, e serbano l'orror della mitraglia, nel desolato aspetto, i campi di battaglia;

certi monti han profili beffardi e minaccianti perché memori ancora del passo dei giganti; sospira al re lontano il velluto dei troni, e alle nonne defunte pensano i seggioloni;

sicché il vecchio palazzo di cui vi parlo adesso sul torbido canale pianse il passato anch'esso. E le quattro cariatidi curve sotto il balcone, e i putti che coll'ali sostengono il blasone,

bassorilievi e fregi lombardi e bisantini, d'antiche gesta memori e di antichi quattrini, presero l'aria cupa di un popolo di sasso che più non sappia illudersi su questo mondo basso;

e il Dio delle leggende, nella facciata nera, profeta malinconico, piantò la sua bandiera. Oh le feste di un tempo! Conviti e serenate e variopinte gondole alla soglia affollate!

Quando dame e patrizi, fanciulle e cavalieri, giungevano al palazzo con paggi e trombettieri, a esilararsi l'animo dalle cure di Stato tra mantellini serici e gonne di broccato;

a sfoggiar la ginnastica delle battaglie mute, degli sguardi fatali, delle parole argute; ad affrettar l'arrivo della gioconda bara, tra una botte di Cipro e una sembianza cara!

Dove, più di una volta, il vecchio senatore, per il giurato premio di una notte d'amore, vendette alla bellezza il suo voto in Consiglio; dove il capro e la volpe, la tigre ed il coniglio,

piume al cappello e spada al fianco, in giubba o in manto, in toga o in armatura, riso celando o pianto, le labbra tormentavansi e si rompean le mani in proteste di affetto svanito all'indomani;

dove, bersaglio agli occhi, ai motti ed agli inchini, era passato, bello di gloria, il Morosini; dove intorno al damasco dei tavoli seduti delle nuove d'allora cianciavano i canuti:

narravano Cromvello pensoso e turbolento, e il papa Rospigliosi pacifico e contento; come, amando una patria, cadeva il re Sobieschi e amando una regina, periva il Monaldeschi;

questo ed altro narravano, mentre in crocchi geniali le matrone alla moda leggean le Provinciali.

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