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1404–1449

CXCVI

Domenico di Giovanni

Batista, perché paia ch'io non temi, Com'io non so, le tue frittelle erbate; Per degnità, le mie labbra sudate M'asciugo spesso co i tuoi gran proemi;

E benché d'onestà mio pregio scemi, Quest'è l'uccel, che getta le piumate; E che per l'occhio del cocuzzol pate La dolcezza, che molti induce a stremi.

Ma reverendo tua soverchia rima Nel dir superbo ch'i' ho tanto a schivo, Mestier non mi fu mai scorta, né guida. Però che 'l Ciel dalla più degna cima

In me spirò virtù; tosto io fui vivo, Sotto il cui scudo il mio ingegno si fida: Che non son di voi altra gente ruda, Che senza accidentale andreste ignuda.

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