Batista, perché paia ch'io non temi,
Com'io non so, le tue frittelle erbate;
Per degnità, le mie labbra sudate
M'asciugo spesso co i tuoi gran proemi;
E benché d'onestà mio pregio scemi,
Quest'è l'uccel, che getta le piumate;
E che per l'occhio del cocuzzol pate
La dolcezza, che molti induce a stremi.
Ma reverendo tua soverchia rima
Nel dir superbo ch'i' ho tanto a schivo,
Mestier non mi fu mai scorta, né guida.
Però che 'l Ciel dalla più degna cima
In me spirò virtù; tosto io fui vivo,
Sotto il cui scudo il mio ingegno si fida:
Che non son di voi altra gente ruda,
Che senza accidentale andreste ignuda.