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1404–1449

CCLXIV

Domenico di Giovanni

Sì duramente un sonno mi percosse, Dormendo un giorno quasi in su la squilla, Che senza chiuder occhi mi riscosse. E come l'acqua frange sopra Scilla,

Così me fece ciascun sentimento Di quella maestria, che qui destilla. Ch'un medico m'apparve, s'io non mento, Di medicine mastro in suo sembiante,

E dichiarommi suo proponimento. Siccome a te, Lettor, il simigliante Racconterò, se d'udir non t'incresce La proprietà, ch'è di costui sonante.

In prima la virtù sua molto cresce, Che un partito dà di Maccatelle, E tola in tre rizzando a spine pesce. E vuo' che tu comprendi ancor di quelle

Sue medicine: e fa ch'alquanto svelli La mente tua a queste cose belle. In prima dice: a crescere i capelli Togli un quaderno di cicale lesse,

E grilli bianchi, e mescola con elli. E poi le palme t'ongerai con esse De' piei: e statti al Sol tredici notte Senza dormire, e faraile spesse.

E se ti desson troppo noia le gotte, Togli tre oncia di vento, e bollire Falle, e due filza di pilastri cotte; E fa di star tre dì senza dormire

E quella cuocitura ti berai, Meglio starai del gozzo a non mentire. Ed al male di gola sì torrai Tre gracchi di ranocchi, e sien ben pesti

In un bucciol di carta: e poi farai Che della nebbia mescoli con questi, Cocendola con l'aceto di granchi, E tiengli tanto a' piè, che tu ti desti;

E in picciol tempo ti sentirai franchi I calli della barba senza fallo, Se t'ugni spesso, e fa che non ti stanchi. Al dormir troppo fa che togli un gallo

Tutto vergato, e tienlo per l'orecchi Tanto che le cicogne eschin del mallo. A chi avesse i denti troppo secchi Dagli a mangiar nove mattine a vegghia

Una carrata di rose, e di stecchi. E poi torrai un coverchio di Stregghia, E una fogna; e fa che sia legata Insieme con un manico di tegghia;

E fa che tenga la bocca serrata, E bere il fumo di tre raginioli Cotti col rezzo in su d'una brinata. Al male della melza sette orciuoli

Di sospiri torrai di ragnateli Cotti col foco di tre fusaioli. E poi torrai delle foglie, e de' peli Del preterito, e fa che siano arrosto,

Sì che di Luglio al fuoco non si geli. E se di porri vorrai guarir tosto, Torrai tre salti di Lumaca, e fagli Bollire al vento, e non andar discosto;

E legateli a' piè con tre sonagli, Ed un arco di ponte, ed al sereno Ti sta tre dì, e fa che non abbagli. Di queste cose fa né più né meno,

E usciratti il sonno per taglioni In pochi giorni senza dire: i' peno. Ancor se ti strignessono i gattoni, Legati al collo tre quarti di frati

E fattegli incantar con dui bastoni. E se volessi guarir di crepati, Medicina provata mo te 'nsegno Togli una gabbia piena di fossati;

E una istretta, o due di carro pregno, E fanne un breve, e tienlo sotto 'l braccio, E queste cose non tenere a sdegno. E quando dormi fa c'abbi un piumaccio

Di pruni, e stecchi, e di carboni accesi, E fa che 'l caldo non ti paia giaccio. E a chi fossen troppo umor discesi Nell'unghie, sì torrai tre pipistrelli

Nati nel dì dopo che saran presi. E del seme torrai de' chiavistelli, E col fumo gli fa bollir tre ore In una rete piena di Pestrelli;

E poi torrai tre oncie di sudore Di marco fresco, ed ugnitene il dito Grosso del piè, il mezzano, e 'l minore, E in men di cinque dì sarai guarito

Delle pepite del calcagno dritto, E potrai torla in tre al buon partito. Chi fosse da' moscon troppo trafitto Togli uno staio di latte di zenzara,

E fa che nell'orecchie il tenghi fitto. E poi torrai quando l'aria è ben chiara Carrate tre di nugoli marini E cuociraili in una testa amara.

E quando tu al vento ti sciorini Di Gennaio, togli lecca sotto 'l mento Con cinque morsi, o sei di Can mastini. E 'n picciol tempo potrai far ristento

Senz'alcun fallo: e se volessi ancora Un perfetto, e provato esperimento, a cui la pianta troppo si scolora Della cotolla, togli una caldaia

E polvere ne fa senza dimora. E del canto torrai d'una ghiandaia E un bicchier di busso di gualchiere, E l'alito d'un can quand'egli abbaia;

E poi il legherai con un paniere Pien di specchiai, e costole di staccio, Mescola insieme con trenta lumiere E quando dormi torrai del fangaccio

E tienlo in bocca con matton roventi, E rade volte farai senza impaccio. Ed al mal della pietra, se ne senti, To' tre fastella d'acqua di graticcio,

E mettila in un fascio di fermenti; E stemperalla col fumo d'un miccio, E cociraila poi con una testa Piena di pizzicore, e di stropiccio.

E poi torrai tre moggia di tempesta, E temperalla con una vessica Di Caltatrepo, e tien in su la testa; E 'n pochi dì avrai assai fatica;

E guarrai della tossa delle spalle, Se dormi spesso in un letto d'ortica. Al mal di petto torrai una valle, E legatela al collo con un carro

Con sette acquai di voli di farfalle, E poi di queste cose ch'io ti narro, Un breve fa, e legal con tre pozzi In cinque libbre di foglie di farro.

E cuocerai tre filze di fogliozzi E beratti quell'acqua, e poi torrai D'un salvatico toro cinque cozzi; E 'n men d'una mezz'ora non saprai

Che ben si sia; e al mal del madrone Togli una madia, e sì la cuocerai. Con sette perticoni di roncone, E uno scudiscier pien di buffetti,

E sarai megliorato del polmone. Ancor più oltre vuo' che tu ti metti, Se volessi guarire uno scrignuto Togli un balen di trespoli confetti;

E poi torrai d'una chiocciola il fiuto, E cuocirailo insieme in una gabbia Ciascuno da sé in un suon di liuto; E poi con queste cose fa che abbia

Del sogno del tartufo estemporale, E cotto insieme con sugo di rabbia. E poi gli fa misurar cinque scale Di cento braccia d'altezza ciascuna,

E bere un moggio di sugo di pale, Cotte col buio, e col lume di luna, E guarrà tosto del freddo d'istate Chi mangia mal, e chi spesso digiuna,

E quando le grattugie sien granate Son buone a medicarsi della gotta Con cinque serque, o sei di gran mazzate; E sette fiumi lega colla motta,

E mettigli in un fiasco di cicogna, E poi li stempra ben con la carotta Tutta cerchiata con una gran fogna, E l'acqua ti berai in picciol corso,

Ti migliora la doglia della rogna; E a chi fosse troppo sangue scorso Sotto 'l ditello del più grosso dito Della man ritta, togli un corno d'orso,

E fa che cinque notti sia bollito In un vasetto pien di datti briga Con cinque foglie di scoppion tallito; E poi con queste cose sì te striga

A tuo diletto, ed ancor fa che tolga Del fior di campanil quand'egli spiga; Ed alla gola fa che te gli avvolga Con un canestro d'acqua di lanterne,

Sicché di state freddo non ti colga; E del sugo torrai se tu puo' averne D'un fornello arrostito, e tienlo in bocca Istemperato con trenta lucerne.

E quando il mal del fianco pur ti tocca Se vuoi guarirne tosto, fa ti giunga Nel petto una bombarda quando iscocca; E al mal della magrana, fa che munga

Un muscione, e beraite le cervella Sì che di verno mosca non ti punga. E a' petignon torrai una mascella, Che sia d'un magro piccolo asinello,

E ragnateli, e mescola con ella; E poi torrai un osso di cervello Di materassa, e legatelo al petto Coll'artificio verde d'un paniello,

E queste cose cuoci con un tetto, E l'acqua ti berai in su la sera Quando ti levi; e guarirai 'n effetto. Al mal de gli occhi torrai della spera

Del Sole, e cuociraila con un forno E 'l sugo ti berai d'una ventriera; E poi farai d'andare spesso a torno Di notte in un gran dubbio, e per ventura

Potrà venir ch'avrai di notte giorno. Quando di Luglio sia la gran freddura Mettiti un pellicione, e statti al fuoco, E faratti grattar con una scura.

Ma di più dire il mastro venne fioco, Perché di notte ci assalì lo Sole, Sicché di star più non gli parve gioco, E disparì senza far più parole,

Ed io rimasi sopra ciò sospeso Rotto un gran ceppo di verdi viole. E queste medicine, ch'io v'ho steso Di proprietà perfettissime sono

Tutte provate senz'aver conteso. Dal maestro le appresi, e il ver ragiono, E però tu che 'ntendi di studiare Fa che comprendi il virtuoso suono.

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